lunedì 2 giugno 2008

Io & Annie

Titolo originale: Annie Hall
Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen, Marshall Brickman
Nazionalità: USA
Anno: 1977
Durata: 89'
Interpreti principali: Woody Allen, Diane Keaton, Tony Roberts, Carol Kane, Shelley Douvall, Paul Simon, Janet Margolin

TRAMA: Alvy Singer (Allen), comico paranoico e nevrotico, racconta attraverso numerosi episodi il suo travagliato rapporto con Annie (Keaton), dal primo incontro fino alla rottura definitiva.

CONSIDERAZIONI: Il film in questione è considerato dalla critica uno dei maggiori capolavori di Woody Allen: fu premiato con quattro Oscar nel 1978 per miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale e miglior attrice protagonista. Allen propone sempre il suo classico personaggio affetto da nevrosi e rigorosamente ebreo (come d'altronde è l'attore/regista); una caratterizzazione che, seppur un po' ripetitiva, difficilemente stanca. Le battute sono brillanti e le situazioni decisamente comiche. Ma Allen non rinucia ai contenuti. Il film racconta in modo originale i rapporti spesso difficili che legano uomo e donna: difficoltà nel riuscire ad accettare l'altro in maniera totale, prediligendo troppo spesso il naturale egoismo; tira e molla di sentimenti che crescono e diminuiscono come le maree; visione diversa della sfera sessuale che spinge i due in numerose scappatelle. Il personaggio interpretato da Diane Keaton non è molto diverso da quello di Allen: anche lei mostra molte paranoie e lati nevrotici che mutano durante il corso del film.
Esilaranti le scene riguardanti Alvy bambino, interpretate da un bravissimo (e somigliantissimo) Jonathan Munk. Anche i genitori non sono da meno, e mostrano perfettamente le caratteristiche che possono aver portato Alvy a diventare lo schizzato nevrotico della maturità. ci sono anche celebri camei: Paul Simon e Cristopher Walken, rispettivamente amante e fratello di Annie, e Shelley Duvall (futura signora Torrence in Shining) che interpreta un'amante passeggera di Alvy pronunciando una battuta eccezionale: "Fare sesso con te è un'esperienza kafkiana!". La regia è spezzettata e racconta la storia attraverso un collage non cronologicamente ordinato di episodi significativi della loro relazione.
Nonostante il bagno di applausi che può annoverare questa pellicola non ci si può esimere dal fare alcune osservazioni: il film è diviso in due parti, una prima brillante e divertente, una seconda più pesante e statica; a volte si perde un po' il filo cronologico degli eventi.
Un film che va visto per conoscere il meglio della carriera alleniana.

VOTO: 3,5/5

domenica 1 giugno 2008

Indiana Jones E Il Regno Del Teschio Di Cristallo

Titolo originale: Indiana Jones And The Kingdoms Of The Crystal Skull
Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura: David Koepp
Nazionalità: USA
Anno: 2008
Durata: 125'
Interpreti principali: Harrison Ford, Cate Blanchett, Shia LaBeouf, Karen Allen, Ray Winstone, John Hurt, Jim Broadbent, Igor Jijikine


TRAMA: 1957. Dopo essere stato costretto dai militari russi, guidati dalla terribile Irina Spalko (Blanchett), ad indicare una cassa contenente un reperto top secret recuperato dieci anni prima, Indiana Jones (Ford) si ritrova senza cattedra e sotto sorveglianza ad opera dell'FBI, che lo crede complice della Russia in pieno macchartismo. Ormai pronto ad emigrare all'estero il professor Jones viene rintracciato dal giovane ribelle Mutt (LeBeouf) che gli annuncia il rapimento del collega Harold Oxley (Hurt) mentre cercava di scoprire il tempio della città di Eldorado in cui riporre il leggendario Teschio Di Cristallo che donerà al suo portatore un potere incredibile. Mutt inoltre racconta all'archeologo che anche la madre è stata rapita nel tentativo di ritrovare Oxley. Indiana Jones inizierà le ricerche con l'aiuto del ragazzo partendo per il Perù.


CONSIDERAZIONI: Il quarto capitolo della serie arriva dopo 19 anni di gestazione dall'ultimo Indiana Jones E L'ultima Crociata (1989). Già pochi anni dopo girava voce che Harrison Ford stesse facendo pressioni su Lucas per realizzare un ulteriore film sull'archeologo più famoso del cinema. Dopo travagliate vicende di screenplay, con licenziamenti e riscritture, fu scelta finalmente in verisone definitiva la sceneggiatura di David Koepp, già scrittore di numerosi screenplay di successo. Un Harrison Ford decisamente invecchiato (ma giustificato dal copione) dimostra come sia possibile essere in forma nonostante l'età: ovviamente la differenza con la trilogia degli anni '80 si vede, ma non è per nulla imbarazzante come molti vociferavano. Per quanto fossi scettico sulla presenza del figlio di Indiana (interpretato efficacemente da LeBeouf) che temevo avrebbe snaturato il personaggio con una presenza ingombrante, si è invece dimostrato un punto forte della pellicola: lo scambio di battute e le situazioni tra padre e figlio ricorda in modo lampante (ovviamente volutamente citazionista) quelle viste nel precedente film fra Harrison Ford e Sean Connery, anche in questo caso rispettivamente figlio e padre. La presenza si Connery, che dopo moltissimi dubbi ha deciso di non prendere parte alla realizzazione del film, avrebbe reso la pellicola ancora più divertente. Un vero peccato, soprattutto constatando le recenti lamentele da parte di Connery sulla Hollywood che non riesce più ad offrirgli ruoli a causa dell'età. Un ulteriore presenza storica conferisce al film un forte senso di continuità rispetto ai capitoli precedenti: Karen Allen. La testarda Marion Ravenwood torna infatti a far impazzire (in tutti i sensi!) l'orgoglioso professor Jones, incarnando la perfetta copia al femminilie (caratterialmente parlando) dello stimato archeologo. Un po' deludente il personaggio di Cate Blanchett: questo non per colpa dell'attrice che incarna perfettamente lo spirito del suo personaggio, ma dell'identità della stessa Irina Spalko, che sembra più vicina ad un farsesco antagonista da fumetto che ad una vera cattiva stile Jones. Non possono infatti mancare con i paragoni con gli antagonisti dei film passati come Belloq (I Predatori Dell'Arca Perduta), Mola Ram (Il Tempio Maledetto) che strappava cuori con una crudeltà incredibile o il perfido filonazista Walter Donovan (Indiana Jones E L'Ultima Crociata). La trama del film è interessante ma un po' stracciata. Il finale è decisamente esagerato: l'inserimento degli alieni all'interno della sceneggiatura è stato molto azzardato. Tutti i passati film avevano elementi metafisico-religiosi che collocavano la ricerca archeologica all'interno di una sua coerenza storica; la presenza degli alieni lascia letteralmente esterefatti, soprattutto a causa del cosidetto fuori programma. E' qualcosa che esce dagli schemi classici dei film su Indiana Jones: forse innovativo, ma deludente per gli affezionati dello stile. Le scene d'azione dominano prepotentemente il film, lasciando poco spazio ai dialoghi, che molto spesso sono un po' criptici, considerando il grosso numero di informazioni da trasmettere in poche battute. Ma d'altronde nessun film sull'archeologo Henry Jones jr. può considerarsi completamente compreso dopo la prima visione. La costruzione della storia è complessa e abbastanza originale. Buoni gli effetti speciali che non potevano di certo essere all'altezza negli anni '80. Un po' tristi alcuni sfondi palesemente digitali, tecnica cara alla Industrial Light And Magic di George Lucas che ha curato gli effetti visivi. Non sono finiti nel dimenticatoio personaggi come il padre di Indiana e Marcus Brody, che vengono spesso citati da terzi, visto che nel plot risultano morti. Il matrimonio finale fra Indiana e Marion è scontato, ma atteso. Il cappello che vola tra i piedi di Mutt voleva essere una provocazione, come ad indicare un possibile passaggio di consegne da padre a figlio; ma il riacchiappo finale del professore al suo inseparabile pezzo caratteristico sottolinea l'unicità del personaggio, che non può avere successori.
Il quarto capitolo della saga diverte e risulta molto simile ad una reunion, come accade per i gruppi musicali un po' datati. Le critiche e gli elogi sono stati molti. C'è chi trovo assurdo un Harrison Ford sessant'enne saltare come un giovincello da un'auto all'altra in corsa; chi pensa che fosse meglio far restare la trilogia un mito del passato, senza minare il ricordo con un revival pericoloso; chi invece (come il sottoscritto) attendeva la realizzazione di questo capitolo da molti anni senza mai disperare sulla sua riuscita. Non si può certo dire che il riusltato sia all'altezza dei tre capitoli precedenti, ma sicuramente non è da cestinare. Anzi. Il risultato è pregevole: riesce a non annoiare mai strappando numerosi sorrisi in puro humor jonsiano. Immancabile per ogni amante della saga, forse superfluo per chi non lo conosce. Ma potrebbe essere un buon modo per conoscere un personaggio che tanto a dato alla cinematografia mondiale.

VOTO: 3,5/5