mercoledì 27 aprile 2011

Mia Moglie Per Finta

Titolo originale: Just Go With It
Regia: Dennis Dugan
Sceneggiatura: Allan Loeb, Timothy Dowling
Nazionalità: USA
Anno: 2011
Durata: 116'
Interpreti principali: Jennifer Aniston, Adam Sandler, Brooklyn Decker, Nicole Kidman, Dave Matthews

TRAMA: Danny (Sandler) è un chirurgo plastico che dopo aver avuto una delusione da giovane, ad un passo dal matrimonio, rimedia relazioni occasionali fingendo di essere sposato e in crisi . Quando però vuole iniziare una relazione seria con Palmer (Decker) questa pretende di conoscere la sua ex-moglie. Così convince la sua assistente Katherine (Aniston) a fingere di essere la sua ex. Finirà per coinvolgere anche i figli di lei nella farsa.

CONSIDERAZIONI: Il regista de Un Weekend Da Bamboccioni (2010) e Zohan - Tutti Le Donne Vengono Al Pettine (2008) torna a dirigere una pellicola leggera e dalla risata facile. Adam Sandler riesce come sempre a strappare sorrisi in gran quantità e ad essere protagonista di situazioni assurde e ridicole nel quale è sempre a suo agio. Jennifer Aniston gli fa da spalla con una buona riuscita. Il problema di fondo delle commedie romantiche recenti, nelle quali possiamo identificare questo nuovo film, è la mancanza di una trama credibile e di una freschezza che possa distinguerle l'una dall'altra. Tutte le manovre di Danny/Sandler costruite con la finalità di riuscire a portare dalla sua parte la bella Palmer, difficilmente avrebbero trovato appoggio nella collaborazione di un'altra donna, disposta anche a coinvolgere i propri figli ancora bambini all'interno di una grossissima messinscena soltanto per raggiungere lo scopo. Non importa l'amore che può esserci da una parte o dall'altra: la situazione di base è a dir poco irreale. Molti potrebbero dire "è solo un film". Ma quando si vuol fare una pellicola le idee di base devono essere solide. L'irrealtà e assurdità dovrebbe essere di casa soltanto in alcuni generi, che non hanno pretesa di voler essere moralmente realistici. Immancabili nel corso del secondo tempo i discorsi melensi e zuccherosi al limite del diabete, simbolo di un cliché che spesso inizia a stancare. Simpatico il ruolo di una Kidman che sembra comunque arrivata ad un punto critico di una carriera ormai in discesa. Insomma, due ore da affrontare senza la minima pretesa, accontentandosi di ridere senza farsi troppe domande. Non troverebbero risposta.

VOTO: 1,5/5

mercoledì 20 aprile 2011

Manhattan

Titolo originale: Manhattan
Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen, Marshall Brickmann
Nazionalità: USA
Anno: 1979
Durata: 90'
Interpreti principali: Woody Allen, Diane Keaton, Michael Murphy, Mariel Heminghway, Maryl Streep, Anne Byrne

TRAMA: Isaac Davis (Allen) è uno sceneggiatore televisivo oltre i quaranta appena divorziato, che ha una relazione con Emily (Byrne), una ragazza di diciassette anni. Frequentando il suo amico Yale (Murphy) conosce la sua amante, Mary (Keaton), con la quale sente un particolare feeling.

CONSIDERAZIONI: Questo è forse considerato il film più famoso di Allen, che con questa pellicola era alla sua decima opera da regista. Celebrato da una romantica fotografia in bianco e nero di una Manhattan senza tempo, costruisce (assieme allo sceneggiatore Brickmann) un intellettuale intreccio riflessivo sull'amore e sui rapporti di coppia ai giorni nostri (che ormai han più di trent'anni e non sembrano affatto cambiati) già portato in scena con Io e Annie (1977). Sulla cornice della sua amata Manhattan, Allen rimette in scena il suo famoso (e forse un po' copia e incolla) personaggio nevrotico e cinico, diventato simbolo delle sue interpretazioni da attore. Un inconfondibile e logorroico fluire di discorsi con e senza senso allo stesso tempo, diventano funzionali ad una narrazione che non vuole nascondere la confusione e leggerezza spesso contraddittoria di rapporti che sembrano costruirsi su fitte reti di bugie e giochi di ruolo. La sfiducia sui rapporti fra uomini e donne dell'Allen di questo periodo rimbomba ossessiva nei continui cambi di direzione che contraddistinguono le relazioni nel film: lo stesso Ike salta in continuazione tra Emily e Mary, che a sua volta salta tra lui e Yale che a sua volta salta fra Mary e la moglie Tracy, unica che stoicamente accetta la scappatella del marito come un inevitabile compromesso per mandare avanti un matrimonio. D'effetto il finale dove l'unica persona a credere ancora nella necessità di fidarsi degli altri è proprio la giovane Emily, ancora vergine rispetto alle problematiche degli adulti e rappresentante di una generazione che forse avrebbe potuto cambiare la visione di una società in decadenza. In questo film spesso si sorride, ma difficilmente si riesce a ridere. Allen inserisce dialoghi e battute caratteristici del suo stile, con critiche sottili che toccano i classici temi cari alla comicità dell'attore, come religione, società e sessualità.
La regia risulta essere molto originale e sperimentale (come fu per Io e Annie), dove la scelta delle inquadrature e la fotografia carica spesso di poetici chiaroscuri poco convenzionali, danno un tocco decisamente artistico anche all'aspetto tecnico. Una pellicola che merita di essere vista, data anche l'importanza storica che riveste nella filmografia di un genio della settima arte che riesce sempre a sfruttare situazioni e spaccati di vita quotidiana per sviscerare e, molto più semplicemente, raccontare dinamiche che influenzano la società moderna.

VOTO: 3,5/5

martedì 19 aprile 2011

Scream 4

Titolo originale: Scream 4
Regia: Wes Craven
Sceneggiatura: Kevin Williamson
Nazionalità: USA
Anno: 2011
Durata: 103'
Interpreti principali: Neve Campbell, Courtney Cox, David Arquette, Emma Roberts, Hayden Panettiere, Mary McDonnell

TRAMA: Proprio quando Sydney (Campbell) ritorna a Woodsboro per promuovere il suo libro sull'auto-aiuto, qualcuno vestendo nuovamente i panni di ghostface torna a seminare il panico nella cittadina, prendendo di mira gli amici della cugina Jill (Roberts). Qui Sydney ritroverà i vecchi compagni di disavventure Gale (Cox) e Linus (Arquette), ora coniugi Riley.

CONSIDERAZIONI: Nel caso di questa pellicola le cose non seguono la solita regola dei sequel: più avanti si va con i numeri dopo il titolo più la qualità cade in picchiata. Ma abbiamo di fronte questo Scream 4, sequel che arriva più o meno inaspettatamente dopo dieci anni dallo stesso team costituito da Craven-Williamson che aveva reso famosa la saga negli anni '90 , che risulta essere il seguito migliore dei tre. Dopo il guardabile secondo capitolo e il terribile terzo, che sembrava aver scritto definitivamente la parola fine con la trilogia Sydney/Campbell torna ad essere perseguitata dall'onnipresente ghostface, che pur cambiando l'identità sotto la maschera conserva il leggendario costume che ha ormai fatto storia. Come da copione i cliché dei film slasher vengono caricati all'ennesima potenza così da ricreare anche in questo caso una pellicola tributo al genere. Stiamo parlando senza dubbio di una pellicola meta-cinematografica, che fa cinema parlando di cinema. I protagonisti storici della saga accompagnano volti decisamente più giovani, che danno una ventata di novità al contesto, dimostrando di trovare un perfetto equilibrio tra i due gruppi. Il film si cita da solo in continuazione, soprattutto con i continui riferimenti (se non addirittura la riproposizione delle medesime situazioni) al primo capitolo della serie. Ma cosa di fondamentale importanza, la storia riesce a confondere fino alla fine, cercando sempre di disorientare lo spettatore su chi sia realmente il killer, del quale sembra impossibile fino all'ultimo secondo l'identificazione. Non farò spoiler eccessivi, visto che la forza di questo film sta proprio nel restare in sospeso fino alla fine, ma sappiate che tutto ciò che sembra scontato in realtà non lo è per niente. Non manca la violenza che risulta sempre essere un po' patinata e standardardizzata dal genere.
Si vocifera di una nuova trilogia, forse soltanto di un caso isolato: quel che è certo è che Craven questa volta ha decisamene riportato in vita qualcosa che si pensava giunto al capolinea.

VOTO: 3/5

lunedì 18 aprile 2011

Drive Angry

Titolo orginale: Drive Angry
Regia: Patrick Lussier
Sceneggiatura: Todd Farmer, Patrick Lussier
Nazionalità: USA
Anno: 2011
Durata: 104'
Interpreti principali: Nicholas Cage, Amber Heard, William Fichtner, Billy Burke

LINK DI COMMENTO (solamente quando ne sono autore)

http://www.horrorcomitalia.com/drive-angry.htm#more-209

VOTO: 3/5

sabato 16 aprile 2011

Codice Mercury

Titolo originale: Mercury Rising
Regia: Harold Becker
Sceneggiatura: Lawrence Konner, Mark Rosenthal
Nazionalità: USA
Anno: 1998
Durata: 108'
Interpreti principali: Bruce Willis, Alec Baldwin, Miko Highes, Chi McBride

TRAMA: Simon (Hughes) è un bambino autistico che riesce a decifrare il più segreto dei codici della NSA, il codice Mercury, sviluppo del quale era stato guidato dal tenente colonnello Kudrow (Baldwin). L'agente dell'FBI Art Jeffries (Willis) cercherà di proteggere il bambino che la sicurezza nazionale vuole morto per proteggere il codice, andando contro gli ordini dei suoi superiori.

CONSIDERAZIONI: Non è la prima volta che sullo schermo i "cattivi" servizi segreti americani sono disposti a tutto pur di non rischiare di compromettere la sicurezza nazionale. Nonostante questo la storia calzava abbastanza bene per un film d'azione senza troppe pretese in cui un Bruce Willis non al suo massimo (vincitore per questa pellicola di un Razzie Award per la peggior interpretazione) non doveva far altro che interpretare per l'ennesima volta il poliziotto, federale o un esponente delle forze dell'ordine che si voglia senza macchia e con un forte senso della giustizia e del dovere. E fin qui tutto poteva anche andar bene. Ma molte delle situazioni che si susseguono durante la pellicola diretta da Becker (Malice - Il Sospetto, 1993; Unico Testimone, 2001) sono abbastanza assurde e logicamente poco credibili. Che dire di un sicario dei servizi segreti che se ne va in giro in un ospedale, strade affollate o qualsiasi altra situazione in cui non farsi notare è impossibile, armato di pistola con silenziatore spianata? O magari nella scena finale un intera sezione di agenti speciali e tiratori dell'FBI incapace di far fuori un solo uomo? Non possiamo inoltre soprassedere al comportamento del ten.col. Kudrow che anche quando ormai tutto viene a galla continua a cercare di eliminare il bambino, come se questo potesse cambiare qualcosa, dopo che gli stessi servizi segreti e l'FBI hanno scoperto quanto è accaduto. Insomma, nonostante il ritmo abbastanza accattivante i buchi e le assurdità emergono da tutti lati. Buona l'interpretazione di Hughes che per vestire i panni di Simon Lynch è stato seguito da uno psichiatra infantile e messo a contatto con numerosi bambini autistici.
Sotto l'aspetto puramente intrattenitivo, alla pellicola non manca nulla: il ritmo è buono e la storia nella media delle pellicole basate sugli intrighi politici, ma ad un occhio maggiormente critico non possono sfuggire delle ingenuità che portano il film ad essere poco più che sufficiente.

VOTO: 2/5

venerdì 15 aprile 2011

C'è Chi Dice No

Titolo originale: C'è Chi Dice No
Regia: Giambattista Avellino
Sceneggiatura: Fabio Bonifacci
Nazionalità: Italia
Anno: 2011
Durata: 95'
Interpreti principali: Paola Cortellesi, Luca Argentero, Paolo Ruffini, Myriam Catania, Claudio Bigagli, Marco Bocci, Roberto Citran, Giorgio Albertazzi

TRAMA: Max (Argentero), Irma (Cortellesi) e Samuele (Ruffini) sono tre ex compagni delle elementari che durante una cena di reunion delle scuola, scoprono di essere tutti e tre vittime dei raccomandati nel loro posto di lavoro. Decidono così di vendicarsi di chi ha rubato loro il meritato posto con scherzi più o meno pesanti che li spinga ad andarsene.

CONSIDERAZIONI: Questa commedia girata dal regista Giambattista Avellino (Il 7e l'8, 2007; La Matassa, 2009) tratta con simpatia un tema che in Italia sta diventando drammatico. La caduta della meritocrazia in favore dei baronismi e dei figli o amanti di non è sicuramente argomento che per un italiano suona estraneo. Ma soprassedendo alle valutazioni socio-politiche, sulle quali è un po' difficile passar parlando di questa pellicola, ci troviamo davanti ad un film certamente non perfetto, ma ben diretto. Vengono mostrati vari ambienti, aspetti e situazioni in cui la presenza dei cosìdetti raccomandati segna anche nella realtà la vita di chi raccomandato non è, come la sanità, l'editoria e, soprattutto, l'università. Mancherebbe obiettivamente soltanto il mondo dello spettacolo per far quadrare completamente il bilancio di quello che è l'andazzo nel nostro paese. Impossibile non parteggiare spudoratamente per i tre scalzati, anche quando la moralità dei loro metodi diventa dubbia. Ma come il film fa ben vedere, il problema non sta soltanto in quello che la situazione comporta alle persone stesse, ma anche quelli che per riflesso colpiscono le persone che stanno loro vicine: le famiglie, le relazioni, i rapporti vengono compromessi dalla frustrazione e le difficoltà che si presentano lungo il percorso e che sbarrano la strada a chi con fatica e sudore cerca uno spiraglio in una società lavorativamente chiusa e demeritocratizzata. L'abilità dello sceneggiatore e del regista sta proprio nel riuscire a centrare l'obiettivo senza fare un film pesante e drammaticamente pessimistico. L'ironia e la comicità che fa da spina dorsale alla pellicola riesce a mitigare un tema che altrimenti risulterebbe indigeribile, soprattutto per chi vive queste cose tutti i giorni. Gli interpreti sono decisamente all'altezza di una pellicola ben riuscita. Anche la critica della situazione legata alle forze dell'ordine senza fondi e malgestite emerge pesantemente nelle indagini riguardanti le malefatte dei nostri da parte di altri due ex compagni classe, due poliziotti che a loro volta subiscono le ingiuste gerarchie costruite di raccomandati incapaci di svolgere la propria mansione. In realtà anche il finale non è esagerato e l'happy ending non è poi così "happy" come in molti magari si sarebbero aspettati, cosa che avrebbe sminuito la realisticità del contesto. Gli unici appunti che si possono fare riguardano alcune situazioni romantiche tra i due protagonisti Irma e Max, che a volte risultano superficiali e decisamente poco sensate. Ma una delle domande che questo film inevitabilmente porta a porsi, vista anche la situazione in cui si ritrova il Max-Argentero della pellicola, è decisamente inquietante e porta in una fase di stallo sociale dalla quale difficilmente si potrà uscire: e se il raccomandato fossi tu, ti tireresti indietro?

VOTO: 3/5

mercoledì 13 aprile 2011

Svalvolati On The Road

Titolo originale: Wild Hogs
Regia: Walt Becker
Sceneggiatura: Brad Copeland
Nazionalità: USA
Anno: 2007
Durata: 100'
Interpreti principali: Tim Allen, John Travolta, William H. Macy, Martin Lawrence, Ray Liotta, Marisa Tomei

TRAMA: Quattro amici decidono di reagire alla crisi di mezza età, intraprendendo un viaggio in sella alle loro amate Harley che li porti dalla East Coast fino alle spiagge della California. Viaggiando con il nome di Wild Hogs, gliene succederanno di tutti i colori.

CONSIDERAZIONI: Sedendosi davanti allo schermo a vedere questo film è giusto sapere prima che cosa ci si deve aspettare. Un cast stellare si è riunito per l'occasione sotto la guida del regista Walt Becker (Maial College, 2002) per confezionare una pellicola divertente e all'insegna della leggerezza. La trama non ha nulla di particolarmente originale, ma riesce ad accendere nello spettatore la voglia di intraprendere la medesima avventura in cui si lanciano (abbastanza spavaldamente) Travolta & Co.. Come non invidiare questi signori che nel rimettere in gioco (almeno simbolicamente) la loro vita che procede da anni su binari prevedibili e un po' routinari spingono al massimo una Harley Davidson negli sconfinati spazi aperti dell'entroterra statunitense? Detto, fatto: li si invidia. I siparietti comici sono molti e ben orchestrati, con tende che bruciano alimentate da benzina che si pensava essere acqua, il bagno nudi con un poliziotto incredibilmente gay e la carambolesca fuga da un gruppo di bikers duri e puri dopo avergli fatto esplodere (un po' inconsapevolemente) il bar del ritrovo. I protagonisti offrono al massimo la loro simpatia al servizio di battute efficaci e situazioni assurde. A coronare una commedia indubbiamente divertente, una colonna sonora azzeccatissima, che può vantare tra gli artisti AC/DC, Bon Jovi e molti altri perfettamente aderenti allo stile americano da on the road. Divertente il cameo finale di Peter Fonda nei panni di Blade, fondatore dei durissimi Del Fuego, grande interprete del film bikers on the road per eccellenza, Easy Rider (Dennis Hopper, 1969). Durante i titoli di coda da non perdere la ricostruzione del bar dei Del Fuegos da parte di Ty Pennigton durante l'Extreme Makeover Home Edition, conosciuto in Italia tramite Sky.
Un ottimo modo per passare spensieratamente un'ora e mezzo senza pretese.

VOTO: 3/5

Boot Camp

Titolo originale: Boot Camp
Regia: Christian Duguay
Sceneggiatura: John Cox, Agatha Dominik
Nazionalità: USA
Anno: 2007
Durata: 95'
Interpreti principali: Mila Kunis, Gregory Smith, Peter Stormare, Tygh Runyan, Christopher Jacot, Colleen Rennison, Regine Nehy

TRAMA: In una sperduta isola delle Fiji, nell'Oceano Pacifico, il dott. Norman Hail (Stormare), tiene un campo di riabilitazione per giovani con problemi in famiglia. Ma il programma consiste in ambiente semi-carcerario dove i maltrattamenti e le umiliazioni sono all'ordine del giorno, anche grazie al rigido e amorale capo della sicurezza Logan (Runyan). Al campo giungeranno Sophie (Kunis) e Danny (Jacot), che dimostrano da subito una maggior insofferenza ai metodi del dottore. Ben (Smith), il ragazzo di Sophie, si farà portare nell'isola per cercare di scappare con la ragazza.

CONSIDERAZIONI: Il film dichiara di essere tratto da una storia vera e, soprattutto nel messaggio finale, esplicita che questi campi erano attivi negli anni '70 e causa di oltre 40 decessi. Francamente vien da sperare che sia tutto pura fantasia, perché se fossero esistiti (o esistessero) davvero posti del genere sarebbero al limite della violazione dei diritti dell'uomo. Detto questo la storia è interessante e riesce a coinvolgere anche grazie alla curiosità (forse un po' sadica) che si sviluppa attorno al funzionamento di questo campo che ci si accorge ben presto essere ben peggio di una normale prigionia. Però ci sono dei difetti abnormi. Il dottor Hail è al limite della pazzia, scienziato davvero convinto di compiere un programma educativo funzionale e umano che aiuti i giovani ad uscire dai loro problemi con i genitori, che tra l'altro, lui stesso incolpa. Ma se li incolpa, perché a pagare tutto questo dovrebbero essere proprio i ragazzi? Questo quesito, purtroppo, non troverà risposta durante il film. Ci si può forse esimere dal chiedersi come sia possibile che quel campo fosse tenuto legalmente e senza alcun tipo di denuncia? Ma soffermiamoci un attimo sul giovane fidanzato Ben, che riesce a farsi portare nell'isola iniettandosi soluzioni saline che dovrebbero essere state eroina. Dopo i problemi con la legge e tutto il resto, nessuna analisi tossicologica ha rilevato che era perfettamente sano? Tutto questo rende il film estremamente debole e con una regia decisamente troppo televisiva. Però è una storia mal sfruttata, perché l'idea di fondo poteva offrire risultati ben diversi. Le domande alla perenne ricerca di risposte sul limite della moralità e de "il fine giustifica i mezzi?" riecheggiano per tutto il film, così come la ricerca dello shock con alcune sequenze tra il violento e il sadico (possiamo forse dire il contrario riguardo lo stupro o il pestaggio di gruppo?). Insomma, un calderone mal gestito, attorno ad una storia accattivante. Un finale moralista e prevedibilissimo di certo non fa guadagnare ulteriori punti ad una pellicola fiacca.

VOTO: 1,5/5

venerdì 8 aprile 2011

Kick Ass

Titolo originale: Kick Ass
Regia: Matthew Vaughn
Sceneggiatura: Jane Goldman, Matthew Vaughn
Nazionalità: Stati Uniti, Regno Unito
Anno: 2010
Durata: 117'
Interpreti principali: Aaron Johnson, Nicolas Cage, Chloe Moretz, Christopher Mintz-Plasse, Mark Strong, Lyndsy Fonseca

TRAMA: Dave (Johnson) è un ragazzo del liceo decisamente nerd, timido e impacciato. Stanco di subire le angherie e ingiustizie da parte di coetanei e non, decide di diventare un supereroe, Kick Ass, con lo scopo di combattere il crimine di New York, ma più per gioco che per convinzione. Una serie di eventi lo porterà a diventare popolare e ad incrociare i ben più violenti Big Daddy (Cage) e Hit Girl (Moretz) nella lotta contro il boss Frank D'Amico (Strong).

CONSIDERAZIONI: Il trailer del film può trarre decisamente in inganno. Chi pensava di andare a vedere una demenziale parodia sui super eroi si sbagliava di grosso. La pellicola di Vaughn (già diventata cult negli States con addirittura una serie a fumetti) non è nulla di più lontano dalla parodia fine a se stessa. Sicuramente gli spunti brillanti e comici non mancano, ma sono affiancati da una violenza e una crudezza che non ci si sarebbe aspettati. L'effetto dolce-amaro che provoca la prima scena in cui al tentativo di Kick Ass di stendere uno spacciatore con una sorta di teaser, risponde una cattivissima Hit Girl che uccide tutti i malviventi presenti a colpi di lancia, pugnali e pistola non ha pari. Come non restare scioccati all'inizio dell'avventura di Kick Ass quando questo viene senza mezze misure pugnalato e investito da un'auto che manda il povero Dave in ospedale per sei mesi? Già, perché è davanti a questo che ci troviamo: spiazzamento, sconcerto e shock. Fin da subito ci si rende conto (dita tranciate ad un criminale da parte del boss e uccisione di un altro con l'utilizzo di una sorta di mega-microonde) che il film non risparmierà momenti drammatici e violenti. I valori vengono spesso a mancare, soprattutto grazie all'ambigua figura del padre/eroe (davvero lo è?) Damon McReady/Big Daddy che istruisce la figlia su come uccidere le persone (anche se solo i cattivi) o elimina fisicamente senza mezze misure un'intera banda che attende il nostro Kick Ass per fargli la festa. Il comportamento può trovare forse giustificazione in un passato di ingiustizie, ma non è abbastanza. Il confine tra ciò che è concesso per essere un eroe e quello che non lo è, è sottile e ambiguo, libero ad interpretazioni e giudizi di sorta.
In questo film l'atmosfera da school movie (dove non manca la classica ragazza da conquistare o l'emarginazione dello sfigato di turno) si mescola magistralmente all'azione e la violenza che ricorda qualcosa di vagamente tarantiniano. Non mancano le numerose citazioni cinematrografiche, dal Morricone de Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo nella scena della portineria al Matrix nelle uccisioni all'interno del palazzo da parte di Hit Girl che spara con molteplici pistole e cammina tranquillamente sui muri. Certamente un film originale, interpretato da un cast all'altezza (fatta paradossalmente eccezione per Nicolas Cage che sembra aver stampato in faccia sempre la medesima espressione negli ultimi anni) e svolto in maniera fluida e divertente, senza mai farci dimenticare che dopotutto siamo davanti ad una pellicola che vuole mantenere ambiguo quel labile confine tra il prendersi o meno sul serio.

VOTO: 3/5

mercoledì 6 aprile 2011

L'Ultimo Samurai

Titolo originale: The Last Samurai
Regia: Edward Zwick
Sceneggiatura: John Logan, Marshall Herskovitz, Edward Zwick
Nazionalità: USA, Nuova Zelanda, Giappone
Anno: 2003
Durata: 150'
Interpreti principali: Tom Cruise, Ken Watanabe, Shin Koyomada, Tony Goldwyn, Billy Connolly, Masato Harada, Timothy Spall, Shichinosuke Nakamura, Togo Igawa, Koyuki Kato

TRAMA: Il capitano Nathan Algren (Cruise) viene incaricato da Omura (Harada), consigliere dell'imperatore Meiji (Nakamura) di addestrare alla guerra con armi da fuoco l'esercito giapponese, così da poter fronteggiare i ribelli guidati dal samurai Kasumoto (Watanabe). Fatto prigioniero dopo il primo scontro Algren imparerà a conoscere (e riconoscersi) in una cultura di millenaria tradizione.

CONSIDERAZIONI: Già il titolo non può che far intuire di che cosa parlerà il film. Forse addirittura si può arrivare ad una previsione più o meno precisa anche riguardo allo svolgimento. Basta una mezz'ora per riuscire a capire dove andrà a parare e come andrà a finire. Ma questo è soltanto la superficie di una pellicola che costruisce all'interno di una storia tutto sommato abbastanza banale (che non può non ricordare il celeberrimo Balla coi lupi in versione asiatica) un'atmosfera davvero suggestiva. Come non restare rapiti dalle splendide scenografie e dalla celebrazione (anche se a volte un po' stereotipata) di una delle culture che forse riescono a mantenere ancora oggi un fascino ineguagliabile? Certo non si può fare a meno di sorridere davanti ad alcune situazioni (vedi la scena finale della consegna della spada all'imperatore da parte di Algren) o a riconoscere alcuni dei classici aspetti critici del cinema americano di genere (cultura americana insensibile e con manie di superiorità). Ma Zwick in questo film punta molto sul visivo, dalle maestose ambientazioni poetiche all'armonia che sta alla base della ricerca di perfezione giapponese. Le scene delle battaglie sono ben girate e, anche in questo caso (come per l'appunto nel sopra citato Balla coi lupi) avviene un capovolgimento di fronte su quelle che sono le distinzioni buoni/cattivi.
La caratterizzazione dei personaggi segue dei cliché abbastanza comuni, che non sempre riescono a dare spessore ai protagonisti relegandoli in una dimensione talvolta banale. Tom Cruise è abbastanza credibile nel ruolo del capitano Algren, combattente al fianco del generale Custer durante lo sterminio dei Sioux e tormentato dalle scene degli omicidi. Affiancando i ribelli capeggiati da un buon Kasumoto/Watanabe, riuscirà così a redimersi, scegliendo questa volta la parte più debole (almeno numericamente, anche se non nell'onore). Risultano un po' meno incisivi e interessanti i ruoli dei "cattivi", dove troviamo un cinico e classico ufficiale dell'esercito americano fiero e spavaldo come soltanto uno yankee sa fare, e un consigliere giapponese, braccio destro dell'imperatore, che altro non è che l'ennesimo leccapiedi che crede di essere il più furbo di tutti, e che inevitabilmente (come da telefonata) finirà per venir umiliato.
Tutto sommato una pellicola piacevole e sicuramente curata nei dettagli visivi, che però fatica a distinguersi per originalità da molti altri film della serie l'ultimo dei... che troppo spesso vediamo riempiti di stereotipi utili soltanto a costruire un buon blockbuster che non impegni troppo lo spettatore.

VOTO: 2,5/5

lunedì 4 aprile 2011

Dylan Dog - Il Film

Titolo originale: Dylan Dog : Dead Of Night
Regia: Kevin Munroe
Sceneggiatura: Thomas Dean Donnelly, Joshua Oppenheimer
Nazionalità: USA
Anno: 2010
Durata: 107'
Interpreti principali: Brandon Routh, Sam Huntington, Anita Briem, Peter Stormare, Taye Diggs

TRAMA: Dylan Dog (Routh) s'è ormai ritirato a New Orleans abbandonando completamente il suo lavoro di "investigatore dell'incubo" in favore di un più tranquillo ruolo da investigatore privato, sempre affiancato dal suo fedele assistente Marcus (Huntigton). Quando però si presenta alla sua porta Elisabeth (Briem) la quale sospetta che il padre sia stato ucciso da un mostro, la vecchia vita tornerà a coinvolgerlo.

CONSIDERAZIONI: Per noi italiani vedere Dylan Dog sul grande schermo non poteva che creare grande attesa. Dopo anni di rumors e una lavorazione più lunga del previsto è arrivata finalmente la trasposizione cinematografica del celebre indagatore dell'incubo creato per la Bonelli da Tiziano Sclavi nel lontano 1986. Le aspettative però erano così alte da lasciare obiettivamente scontenta la maggior parte dei fans del fumetto. Di certo Kevin Munroe (TMNT, 2007) non ha concretizzato appieno quelle che erano le caratteristiche e le opportunità che il fumetto da anni offriva ai lettori: il protagonista, l'ex Superman-Routh, pur avendo una vaga somiglianza estetica con il personaggio (costruito a suo tempo da Sclavi sui lineamenti di Rupert Everett, che interpretò il prototipo Francesco Della Morte in Dellamorte Dellamore) presenta un piglio (e un fisico!!!!) che poco c'entrano con il nostro eroe; i cattivi seguono più quelle che sono le tendenze commerciali del cinema odierno (i twilighttiani vampiri e licantropi) piuttosto che le surreali situazioni horror/oniriche dei fumetti; nessun aiutante può trovar spazio nei cuori dei fans in sostituzione del mitico Groucho (che non è stato possibile utilizzare a causa di problemi legali legati allo sfruttamento dell'immagine), compagno di tante avventure e logorroico dispensatore di battute poco comiche. La sceneggiatura non brilla certo per originalità e gli effetti speciali sono quanto di più vicino ad una serie televisiva si possa immaginare. A volte qualche "Giuda ballerino", il clarinetto (che però non riproduce il celebre e unico brano a conoscenza di Dylan, Il Trillo del Diavolo) e il classico look jeans, camicia rossa e giacca nera servono a ricordarci che stiamo vedendo un film su quel personaggio e non su qualcos'altro. In realtà, però, soprassedendo sulle numerose scene d'azione e le spacconate american style fatte di sparatorie con improbabili armi da fuoco, alcuni elementi della filosofia dylandoggiana li troviamo, come la cliente sedotta che finisce per non essere poi così innocente come sembra o le scazzottate che nella maggior parte dei casi stendono il nostro con drammatici voli al tappeto. Il protagonista è spesso troppo serio per essere credibile nei panni di un Dyaln Dog decisamente più americano e meno british dell'originale, ma dopotutto stiamo parlando di un film prodotto e ambientato negli States e non nella famosa Craven Road londinese. Anche la mancanza dell'ispettore Bloch lascia un vuoto.
Insomma, una pellicola incompleta, un soggetto che aveva tutte le carte in regola per dare forma ad un ottimo film che però non è riuscito a modellarsi sulle sue linee guida. E' forse un film da cestinare completamente? Io non credo, considerando che a tratti riesce anche a risultare piacevole. Il problema di fondo sta nell'aver azzoppato e un personaggio cult che obiettivamente meritava qualcosa di meglio.

VOTO: 1,5/5