giovedì 29 maggio 2008

Hollywood Ending

Titolo originale: Hollywood Ending
Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Nazionalità: USA
Anno: 2002
Durata: 112'
Interpreti principali: Woody Allen, Tèa Leoni, Treat Williams, George Hamilton, Debra Messing, Mark Rydell, Mark Webber, Tiffani-Amber Thiessen

TRAMA: Val Waxman (Allen) è un regista ormai prossimo al fallimento: la passata fama non è più sufficiente a far sopportare ai produttori le sue numerose ossessioni e fisse ipocondriache. La sua ex moglie (Leoni) convince il suo attuale fidanzato Hal Jaeger (Williams), potente magnate cinematografico, ad affidargli la regia di un importantissimo film dal budget esoso. Nel momento dell'inizio delle riprese Waxman si ritrova vittima di cecità psicosomatica causata dallo stress; allo stesso tempo viene spinto dal suo agente (Hamilton) a non rinunciare al lavoro che lo porterebbe definitivamente al fallimento.

CONSIDERAZIONI: Questa pellicola del produttivissimo Woody Allen non fu accolta negli Stati Uniti con molto calore. Al contrario in Europa ebbe un discreto successo. L'idea del regista che, pur colpito da cecità, decide di affrontare comunque le riprese del film, è geniale. Il personaggio di Val Waxman si incolla perfettamente alla personalità recitativa di Allen, che anche in questo caso non risparmia i suoi caratteristici schizzi nevrotici. C'è da dire che la trama presenta dei punti un po' pedanti e statici, dove si ha l'impressione che l'immancabile risata non sia sufficiente a colmare i vuoti lasciati da uno sviluppo dal ritmo dilatato. Il finale è quanto di più telefonato ci si potesse aspettare; ma d'altronde il titolo è esplicativo: Finale Hollywoodiano (t.d.r) non può che portare ad classico lieto fine tanto amato dal cinema americano. In realtà è un mezzo lieto fine? No. Allen interpreta un personaggio che ormai porta sulle spalle gli anni dello stesso attore e quindi non stupirebbe una pensione forzata, mentre la riconquista dell'amore appare il traguardo più ambito e giusto. Anche in questo caso è necessaria una critica: infatti dopo tempi a tratti eccessivamente dilatati, si arriva ad una conclusione forse troppo affrettata e, per così dire, liscia. Fantastiche le parti in cui è presente il direttore della fotografia cinese, esperto tecnico del cinema di regime.
Il film, come spesso succede nei lavori di Allen, è tutto incentrato sull'unico personaggio principale che domina la scena in modo incontrastato: le battute e le situazioni interessanti sono tutte rette dal genio Woody, che lascia poco spazio ad altre gag spin-off. Complessivamente un film spassoso e divertente che però non riesce a salvarsi da errori di percorso che potevano renderlo senza dubbio migliore.

VOTO: 3/5

mercoledì 28 maggio 2008

Halloween - The Beginning

Titolo originale: Halloween
Regia: Rob Zombie
Sceneggiatura: Rob Zombie
Nazionalità: USA
Anno: 2007
Durata: 109'
Interpreti principali: Malcolm McDowell, Brad Dourif, Tayler Mane, Sheri Moon Zombie, Scout Taylor-Compton, Danielle Harris, Kristina Klebe, William Forsythe, Daeg Faerch, Hanna Hall

TRAMA: Il piccolo Michael Myers (Faerch) cresce disturbato e violento in una famiglia guidata dalla madre Deborah (Moon), spogliarellista incapace di garantire un'educazione adeguata ai suoi figli. Michael sembra odiare tutti tranne la sorellina più piccola, Laurie, e la madre. Una notte di Halloween il bambino uccide la sorella maggiore (Hall), il fidanzato di questa, e il patrigno (Forsythe). Visto come l'unico colpevole del fatto di sangue, viene internato in un ospedale psichiatrico, dove viene seguito dal dottor Loomis (McDowell). Dopo quindici anni di reclusione, ormai chiuso in se stesso, Michael scappa dal manicomio dopo aver compiuto una carneficina ai danni dello staff. Deciso a ritrovare la piccola Laurie, ormai cresciuta e data in adozione a seguito del suicidio della madre, lascerà sulla sua strada numerosi cadaveri.


CONSIDERAZIONI: Il film è prequel e remake (definito più precisamente newquel) del celeberrimo Halloween - La Notte Delle Streghe (1978) del maestro John Carpenter. La Dimension Film nel 2006 commissionò a Rob Zombie la realizzazione di una nuova pellicola ispirata alla serie che vede protagonista il gigantesco immortale Michael Myers. Bisogna dire che la vera parte fresca e stimolante è la prima: in questa infatti viene raccontato ciò che non si vede nel fim del 197 8. Ma non solo questo. Vengono aggiunti diversi elementi nuovi anche rispetto al breve prologo presente nella versione originale, diventato celebre grazie alla magnifica ripresa in prima persona che Carpenter volle realizzare con lo scopo di far entrare lo spettatore dentro la testa del giovane Myers. Infatti Michael viene mostrato come membro debole di una famiglia sostenuta da una madre incapace di reggere il ruolo: fidanzata con un ubriacone volgare e violento cerca di essere presente nell'educazione dei figli, non riuscendo neanch'esso, però, ad essere esempio positivo per loro. L'odio che Michael prova per tutti, fatta eccezione per madre e sorella, lo spingerà a diventare quel Michael Myers che tutto il cinema horror conosce bene. Ma la differenza sostanziale con il lavoro originario di Carpenter sta proprio nella caratterizzazione del personaggio: nel film di Zombie Michael diventa un caso umano, cosa che lo accompagna durante tutta la durata della pellicola assieme al suo ruolo di spietato psico-killer. La volontà di ritrovare la sorella (elemento estraneo all'originale) rende molto più umano un personaggio da sempre caratterizzato da animalesca ferocia. E' stato approfondito molto anche il ruolo di Loomis, psichiatra affascinato e terrorizzato allo stesso tempo dall'oggetto del suo studio. Anche il finale conferisce a Myers una maggiore umanità rispetto all'essere immortale del primo capitolo.
Per questa terza regia Rob Zombie torna a stupire: riesce a sostenere con ottimi risultati il compito di dare vita ad una pellicola remake di un pezzo di storia; costruisce in modo convincente la storia di Michael Myers bambino, con tutte le metamorfosi psicologiche che lo spingono a diventare quello che tutti abbiamo conosciuto attraverso i precedenti otto capitoli. E' sempre difficile fare un remake all'altezza dell'originale: questo Rob Zombie lo fa in modo professionale e riuscito. Ovvio, un merito in più va dato a Carpenter per aver dato i natali al personaggio di Myers, ma la rilettura (o meglio aggiornamento) dell'ex leader dei White Zombie della storia originale merita di entrare nell'olimpo dei migliori remake horror di sempre. Ancora una volta questo regista riesce a dimostrare una maestria superiore a moltissimi colleghi che da ben più tempo stanno dietro la macchina da presa con la pretesa di girare buoni horror. Ottimo terzo passo per Zombie.

VOTO: 3,5/5

venerdì 23 maggio 2008

Mein Fuhrer - La Veramente Vera Verità Su Adolf Hitler

Titolo originale: Mein Fuhrer - Die Wirklich Wahrste Wahrheit Uber Adolf Hitler
Regia: Dani Levy
Sceneggiatura: Dani Levy
Nazionalità: Germania
Anno: 2007
Durata: 91'
Interpreti principali: Helge Schneider, Ulrich Muhe, Sylvester Groth, Ulrich Noethen, Adriana Altaras
TRAMA: A pochi mesi dalla caduta del Terzo Reich, Goebbels (Groth) decide di affiancare al Fuhrer (Schneider) ormai demotivato, l'attore ebreo Adolf Grunbaum (Muhe) con lo scopo di rimetterlo in sesto e fargli tenere, con la sua passata verve di oratore, un trionfale discorso al popolo tedesco. In realtà è tutta una macchinazione per uccidere il Fuhrer durante la cerimonia e far passare così il potere nelle mani di Goebbels e Himmler.
CONSIDERAZIONI: Sommerso di polemiche ancora prima di uscire, questo film del regista svizzero Dani Levy dimostra un'originalità davvero rara. Trasformare tutti gli esponenti del regime nazista in pazzi al limite del ridolo, rilegge in chiave parodico-umoristica la vera follia storica del movimento. L'idea che Hitler accetti di imparare e, sopprattutto mostrarsi debole, con un ebreo è quanto di più astorico possa esserci. Ma guardare questo film con la pretesa di riconoscere la storia così com'è stata e sbagliatissimo. Infatti la storia è solo contorno e occasione di spunto. Il fulcro centrale del film è l'ambiguo rapporto tra il Fuhrer e Grunbaum: il primo ridiventa bambino accanto all'attore ebreo, mentre il secondo, fino alla scena finale, è ad un passo da diventare come un nazista. Ma forse è solo apparenza. Infatti più volte adolf Grunbaum cerca di fare qualcosa per il suo popolo, come far sgombrare (fallendo) un campo di concentramento(villaggio vacanze per i nazisti) o cercare (sempre vanamente) di assassinare Hitler. L'attore ha la capacità di far fare al Fuhrer tutto quello che vuole, sotto gli occhi increduli dello zoccolo più duro del regime. Himmler viene ritratto come una pazzo fondamentalista (come in realtà d'altronde) che, da metà film in poi, ha un braccio immobilizzato da una fasciatura che lo fa stare sempre in posizione di saluto nazista, con l'arto dritto proteso in avanti. Memorabile la scena in cui Hitler si mette a dormire come un bambino tra Grunbaum e la moglie che, prontamente cerca di ucciderlo non ricevendo alcun aiuto dal marito ormai deciso a vedere Hitler come una sorta di bambino maltrattato. Per non trasformare l'attore ebreo in una figura negativa, il finale con la sua morte è inevitabile.
Accusato di aver trasformato Hitler in una figura ridicola di cui aver pietà, il film dimostra invece di saper ironizzare anche su argomenti scottanti per il popolo tedesco. Dopo averci già provato, riuscendoci solo per metà, con Zucker!... Come Diventare Ebreo In Sette Giorni (2004), Dani Levy cerca nuovamente di superare i tabù imposti dalla cultura tedesca, timorosa di risvegliare cattive opinioni nei loro riguardi a causa del (purtroppo) indimenticabile passato storico. Questa volta però ci riesce meglio rispetto al primo tentativo. La caratterizzazione dei personaggi è ben riuscita e fa rimpiangere la bravura dello scomparso Ulrich Muhe, morto per un cancro allo stomaco pochi mesi dopo l'uscita del film. Le battute sono geniali, così come le ridicole situazioni che si creano a causa del codice comportamentale e burocratico nazista. Fa amaramente sorridere la scala valori delle perdite di guerra: quando a Goebbels viene comunicata la distruzione della sua villa di Berlino, la sua più grande indignazione era legata alla definitiva perdita della collezione di peluche del figlio. Insomma, un ritratto disimpegnato di un regime sulla via dell'autodistruzione.
VOTO: 3/5

lunedì 19 maggio 2008

Le Particelle Elementari

Titolo originale: Elementarteilchen
Regia: Oskar Roehler
Sceneggiatura:
Nazionalità: Germania
Anno: 2006
Durata: 105'
Interpreti principali: Moritz Bleibtreu, Christian Ulmen, Martina Gedeck, Franka Potente, Nina Hoss, Uwe Ochsenknetch, Corinna Harfouch, Ulrike Kriener

TRAMA: Michael e Bruno sono due fratellastri, figli di una hiuppie che non li ha mai seguiti preferendo una vita libera in India. Michael è un timido genio della matematica che reincontra la migliore amica d'infanzia con la quale non era mai riuscito ad avere una relazione sentimentale. Bruno è un professore di liceo ossessionato dal sesso che, lasciato da moglie e figlio, trova lo stimolo necessario in una ninfomane di una comune anch'essa abbandonata da chi amava.

CONSIDERAZIONI: Il film di Roehler tratta temi abbastanza profondi utilizzando una sottile ironia che lo caratterizza. I due fratelli protagonisti, tanto diversi quanto problematici, affrontano difficoltà comuni relative al sesso e ai rapporti sociali. Michael è il classico secchione (anche da adulto) chiuso in se stesso, single e incapace di rapportarsi in modo disinvolto con l'altro sesso; Bruno, invece, pur essendo sposato con un figlio, ha comunque difficoltà a rapportarsi a causa della sua ninfomania, patologia poco adatta all'ambiente in cui lavora. Il parallelo tra il passato dei due protagonisti mostra in modo evidente quali sono le differenze e le similitudini tra i due: entrambi sono filgi di una madre completamente assente, e quindi costretti a vivere in un ambiente famigliare non perfetto; mentre Michael cresce con una profonda timidezza nei confronti delle ragazze, tanto da non riuscire in molti anni a concludere nulla con la sua migliore amica d'infanzia da sempre innamorata di lui, Bruno mostra una deviazione sessuale presente fin da ragazzo, tanto da portarlo a masturbarsi per la prima volta pensando alla madre precedentemente vista nuda. Diventando adulti, però, è evidente quale dei due fratelli affronta le problematiche maggiori: infatti Michael riesce lentamente a recuperare il suo rapporto con l'amica d'infanzia anche dopo anni di distanza, superando le difficoltà più gravi (come l'isterectomia della donna); Bruno invece cresce con una forte instabilità mentale causata dai suoi problemi che lo spingerà, pur riuscendo a trovare una donna come lui, a non affrontare in modo maturo le difficoltà che si presentano. Bruno non riesce a stare vicino alla donna amata nel momento di bisogno proprio perchè non è in grado di badare nemmeno a se stesso: nel momento in cui riesce a trovare la forza per dare una parte di sè alla donna, è troppo tardi. La morte dell'amata lo porterà ad un ulteriore peggioramento. Un fratello va avanti, uno, purtroppo, arretra. Ma Michael non abbandona Bruno. La capacità di aiutare gli altri che è riuscito a trovare in se stesso non la nega al fratello, anche se con lui non ha mai avuto un rapporto molto profondo. La prima parte del film scorre abbastanza in modo abbastanza fluido e ironico; la seconda diventa inevitabilmente più pesante, considerando la narrazione della storia che si trasforma in dramma. I due protagonisti sono completamente calati nella parte, così come le due attrici che li affiancano. Il tema del sesso è al centro della sceneggiatura, ma non diventa mai squallido espediente per scene troppo azzardate. La regia è particolare, anche se a tratti pesante.

VOTO: 2,5/5

Klimt

Titolo originale: Klimt - Director's Cut
Regia: Raul Ruiz
Sceneggiatura: Raul Ruiz
Nazionalità: Austria, Francia, Gran Bretagna, Germania
Anno: 2006
Durata: 129'
Interpreti principali: John Malcovich, Veronica Ferres, Saffron Burrows, Stephen Dillane, Paul Hilton, Nikolai Kinski

TRAMA: Ormai prossimo alla morte in un letto d'ospedale, il famoso artista Gustav Klimt (Malcovich) viene assistito dall'amico Egon Schiele (Kinski). Un lungo flashback ripercorre la carriera del pittore austriaco attraverso storia, passioni e ossessioni.

CONSIDERAZIONI: Il film fu presentato fuori concorso al 26° Torino Film Festival e proiettato al Festival Di Berlino del 2006. Raul Ruiz confeziona una pellicola con alti e bassi; anzi, alti e bassissimi (che tra l'altro sono l'ampia maggioranza!). La storia di Klimt viene presentata dando il maggior peso alle sue ossessioni e (forse!) malattie: una forma particolare di schizofrenia gli fa vedere personaggi e vivere situazioni inesistenti; il sesso diventa ossessione-veicolo della sua controversa personalità, che lo spinge ad avere una quantità spaventosa dei figli (che ovviamente vivono solo con le madri) e intorbidire le sue opere di ampi riferimenti sessuali. Viene mostrato nei suoi momenti di crisi più profonda, quando, criticato da tutti, decide di non cambiare arte, ma pubblico. Passa da una donna all'altra senza mai essere soddisfatto di nessuna relazione. La parte migliore del film è senza dubbio quella centrale, dove moltissime situazioni riescono a strappare qualche sorriso, che nasce dalle geniali battute del sempre bravissimo Malcovich. La regia è l'elemento più originale, anche se non nasconde una certa pesantezza nell'eccessivo sperimentalismo. L'inizio e la fine del film risultano di una noia quasi angosciante, incapaci rispettivamente di avviare e concludere efficacemente una pellicola dalla stucchevole staticità. Interessante, sotto l'aspetto storico-artistico, l'inserimento di personaggi come il fidato Egon Schiele e il regista delle origini cinematografiche Georges Meliès. Molte volte si fatica a seguire il filo delle vicende, non riuscendo sempre a distinguere la narrazione dalle raffinatezze stilistiche spesso surreali.

VOTO: 1,5/5

giovedì 15 maggio 2008

Scoop

Titolo originale: Scoop
Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Nazionalità: USA, Gran Bretagna
Anno: 2006
Durata: 96'
Interpreti principali: Scarlett Johansson, Hugh Jackman, Woody Allen, Ian McShane, Charles Dance, Romola Garai, Kevin McNally

TRAMA: Sondra Pransky (Johansson) è una giovane giornalista alla vana ricerca di scoop di successo. Un giorno, mentre assiste allo spettacolo d'illusionismo del Grande Splendini, alias Sid Waterman (Allen), il fantasma del giornalista Joe Strombel (McShane), da poco deceduto, le compare dandole informazioni su un possibile scoop relativo al famoso Killer Dei Tarocchi, indicandolo nella persona del ricco Peter Lyman (Jackman). Inizierà ad indagare trascinando con se Waterman e lasciandosi coinvolgere dall'amore per l'uomo del suo scoop.

CONSIDERAZIONI: Woody Allen torna per la seconda volta a dirigere la sua, ormai dichiarata, musa ispiratrice Scarlett Johansson, dopo Match Point del 2005. L'attore-regista ha addirittura dichiarato di aver creato il personaggio di Sondra appositamente per la Johansson. L'originale trama del film contiene delle trovate davvero geniali: il giornalista Strombel che si butta dalla barca che lo sta conducendo nell'aldilà pur di fare il suo scoop; un simpaticissimo illusionista (interpretato da un ottimo Allen) con metodi incredibili per memorizzare le cose; scene davvero spassose che vedono protagonista la celebre parlata a mitraglia del Woody attore. Il ritmo certamente non può considerarsi frenetico, così come non si può dire che il finale sia un colpo di scena. Può essere inaspettata nel finale soltanto la morte di Waterman, che finirà per ossessionare con i suoi trucchi anche le anime nel traghetto per l'aldilà. La figura del Killer dei Tarocchi è pco chiara e lasciata un po' in secondo piano: vengono infatti sempre uccise persone sconosciute, che non attirano particolare interesse nel corso della storia, focalizzata soprattutto sul rapporto fra Lyman e Sondra. La parte divertente del film è tutta nelle mani di Allen, che non si risparmia di intrattenere gli spettatori con le sue gag folli e i suoi discorsi sconclusionati. Il suo personaggio ha più una funzione di "stemperamento atmosferico" piuttostochè squisitamente narrativa: senza la sua presenza il ritmo si sarebbe ulteriormente abbassato, deviando di parecchio il risultato finale. Una commedia tinta di giallo dai toni decisamente alleniani.

VOTO: 3/5

martedì 13 maggio 2008

Una Moglie Bellissima

Titolo originale: Una Moglie Bellissima
Regia: Leonardo Pieraccioni
Sceneggiatura: Leonardo Pieraccioni, Giovanni Veronesi
Nazionalità: Italia
Anno: 2007
Durata: 96'
Interpreti principali: Leonardo Pieraccioni, Laura Torrisi, Massimo Ceccherini, Gabriel Garko, Francesco Guccini, Rocco Papaleo, Tony Sperandino, Chara Francini, Alessandro Paci, Giorgio Ariani

TRAMA: Mariano (Pieraccioni) e Miranda (Torrisi), sposati da dieci anni e con dodici di differenza, gestiscono assieme un banco di frutta e verdura nel mercato del paese. Trascorrono la loro vita felici e tranquilli con i loro amici e il progetto di aquistare un negozio nel quale ingrandire la loro attività commerciale. Quando un giorno l'annoiato fotografo Andrea (Garko) resta incantato da Miranda, le propone di fare un calendario per la rivista in cui lavora. Avranno inizio i problemi.

CONSIDERAZIONI: Pieraccioni torna alla carica dopo Ti Amo In Tutte Le Lingue Del Mondo (2005), confezionando un film che non può che lasciar delusi. Ben lontano dai fasti ormai perduti de Il Ciclone (1996) e Fuochi D'artificio (1997), il regista toscano inserisce nuovamente tutti gli elementi che lo hanno reso celebre: la bella donna contesa, i "toscanacci" duri e puri con accento marcatamente folkloristico, protagonista imbranato e sempre più incapace di fronteggiare le situazioni con intelligenza. Ma il problema di fondo è proprio l'utilizzo di una miscela ormai troppo logora. Tutti coloro che vanno al cinema o acquistano un dvd di una pellicola diretta dal tutto fare Pieraccioni, sanno a cosa vanno incontro: forse però, dopo anni, ci si aspetterebbe una rinfrescata ai temi e alle dinamiche narrative. Anche le battute non sono mai completamente convincenti, lasciando sempre l'alone del "già sentito". Tra l'altro, questa volta, all'interno del film viene messo un elemento che può anche essere fortemente disturbante per lo spettatore: infatti l'ingenuità del protagonista lascia esterefatti, così come il finale in cui decide di dimenticare completamente un anno (e non perliamo di un mese o due!!) di tradimento e abbandono da parte della moglie. Il problema è che tutti si aspettavano già dopo venti minuti di film che il tutto sarebbe finito così, motivo per il quale ci si inizia ad irritare a priori. Spassosissima la scena in cui Pieraccioni racconta agli abitanti delle Seychelles come funzionano le leggi italiane, suscitando in questi l'effetto barzelletta. Un abitante del posto arriva addirittura a dire, dopo l'esposizione del funzionamento della tassa ICI "e poi saremmo noi quelli del terzo mondo!". E' ovvio che in questo frangente il regista ha voluto inserire la sua personale critica alla politica italiana, tema fortemente di moda negli ultimi periodi. Ceccherini riesce sempre a svolgere il suo ruolo da caratterista con la comicità e personalità che lo ha sempre contraddistinto, motivo per il quale lo si può forse considerare l'attore migliore del film. Divertenti anche le prove dello spettacolo Grease fatte dal gruppo di amici, che non possono che lasciare esterefatto un Francesco Guccini perfettamente calato nei panni di regista all'avanguardia.
Tratti divertenti per un meccanismo senza olio, che dopo anni non riesce più a mantenere la freschezza che l'hanno portato la successo. Pieraccioni sembra timoroso di svoltare pagina, legato in modo indissolubile ai suoi clichè, che a lungo andare, però, possono diventargli lesivi.

VOTO: 1,5/5

Seta

Titolo originale: Silk
Regia: Francois Girard
Sceneggiatura: Francois Girard, Micheal Golding
Nazionalità: Francia, Italia, Giappone, Gran Bretagna, Canada
Anno: 2007
Durata: 110' ca
Interpreti principali: Michael Pitt, Keira Knightley, Alfred Molina, Koji Yakusho, Mark Rendall, Sei Ashina

TRAMA: Herve Joncour (Pitt) è un mercante francese che inizia abitualmente ad intraprendere viaggi intercontinentali per recuperare uova di bachi da seta per il produttore tessile Baldabiou (Molina), lasciando in paese l'amata moglie Helene (Knightley). Arriverà prima in Egitto e poi in Giappone, dove diventerà ospite abitudinario del villaggio con cui deve commerciare, tanto da creare relazioni personali e provare attrazione per una donna del luogo.

CONSIDERAZIONI: Il film è tratto da un soggetto di Alessandro Baricco, che ha anche collaborato ala realizzazione della pellicola. Era diffcile trasforamre una storia già pesante nella sua conformazione in un film scorrevole. Questa difficoltà infatti non è stata superata. I ritmi sono dilatati all'inverosimile e le dinamiche abbastanza ripetitive. L'attrazione tra il giovane mercante e la moglie del capovillaggio è intricata e poco chiara. La recitazione di Pitt è stucchevole e apatica, equivalente a quella della co-protagonista Knightley, dalla quale emerge sempre un forteimpressione di falsità. Nulla si può dire sulle scenografie e ambientazioni, suggestive e accattivanti, nonchè vero punto forza del film. Le sequenze migliori del film sono certamente quelle che si svolgono in Giappone, non tanto per la narrazione, ma per la situazione di contatto tra cultura occidentale e orientale in pieno 1800. Il colpo di scena finale è azzeccato, anche se non lascia a bocca aperta, considerando il poco interesse che il regista riesce a trasmettere allo spettatore per la storia d'amore platonico tra il mercante e la bella giapponese. Vittima di tutta la situazione è senza dubbio la Helene, sulla quale la narrazione sembra quasi voler infierire in modo perfido: non solo è costretta a lunghi tempi di solitudidne, con un marito che anche quando è presente ha la testa da un'altra parte (pur essendo innamorato di lei... questione di passionalità!) , ma è anche destinata a morire giovane e piena di segreti dovuti al suo puro amore per il marito, che scoprirà ciò che lei faceva per lui quando ormai sarà troppo tardi. Il tutto sembra davvero un po' crudele. Senza dubbio, insomma, un film di diffcile realizzazione che purtroppo non è riuscito ad essere all'altezza della situazione.

VOTO: 1,5/5



venerdì 9 maggio 2008

La Promessa Dell'Assassino

Titolo originale: Eastern Promises
Regia: David Cronenberg
Sceneggiatura: Steven Knight
Nazionalità: USA, Gran Bretagna, Canada
Anno: 2007
Durata: 100'
Interpreti principali: Viggo Mortensen, Naomi Watts, Vincent Cassel, Armin Mueller-Stahl, Sinead Cusack, Donald Sumpter, Jerzy Skolimowski

TRAMA: Una ragazza quattrodicenne muore nel dare alla luce sua figlia. Anna Khitrova (Watts), ostetrica dell'ospedale, dopo aver trovato il diario della giovane in cui racconta la sua storia, decide di saperne di più per poter restituire alla famiglia la neonata. Entra in contatto con il boss della mafia russa londinese, Semyon (Mueller Stahl) per farsi aiutare nella traduzione del diario che è scritto in russo. Inconsapevolmente viene coinvolta nel giro della malvita dell'organizzazione criminale Vory V Zakone, dove emergono il figlio del boss Kirill (Vincent) e il suo autista personale Nikolai (Mortensen), personaggio ambiguo e attratto da Anna.

CONSIDERAZIONI: Questo è il secondo film in cui tornano a lavorare assieme il regista David Cronenberg e Viggo Mortensen, dopo A History Of Violence del 2005. Mortensen è riuscito ad aggiudicarsi la nomination all'oscar per l'edizione degli Accademy Awards 2008, statuetta finita poi nelle mani di Daniel Lee Lewis. Certamente non ci si sarebbe stupiti se l'avesse vinto il buon ex-Aragorn. La sua interpretazione è magistrale: riesce a trasmettere contemporaneamente freddezza e sensibilità facendo emergere perfettamente quello che il suo personaggio (tra l'altro incredibilemente complesso) doveva mostrare. E' indiscusso protagonista del film, senza nulla togliere alle pur ottime intepretazioni di Cassel, Watts e Stahl. La storia è avvincente e crudele: i tasselli del puzzle si recuperano minuto dopo minuto, scoprendo che la quattordicenne morta era stata in realtà stuprata e messa in cinta da Seymon per dimostrare al figlio "come si deve domare un cavallo". La narrazione passa attraverso i dolori della giovane, raccontati tramite le pagine del suo diario, senza mai ricorrere a banali flashback. Cronenberg mostra qualche elemento della sua passata esperienza cinematografica di regista horror, non risparmiandosi di mostrare dettagli forti come dita tranciate o sgozzamenti in primo piano. Il personaggio maggiormente carico di sfacettature è senza dubbio quello di Nikolai, del quale è sempre difficile capire le reali intenzioni. Il colpo di scena finale è efficace, e tende a riscattare Nikolai dall'alone negativo che lo caratterizza durante tutto il film. Ma l'ambiguità di Nikolai è funzionale al tema portante del film, che vuole appianare le differenze tra bene e male. Anche quando, nel finale, si scopre la vera identità di Mortensen-Nikolai resta confuso il suo ruolo, sempre bilico tra positività e negativita. I mezzi usati dall'agente infiltrato finiscono spesso per confondersi con quelli del suo alter-ego mafioso. Anche dopo essere stato tradito dallo stesso boss per cui lavora e quasi ucciso da un organizzazione rivale non rinuncia alla sua missione, accettando stoicamente il suo destino. Un po' fuori luogo, forse, il bacio finale tra la bella Anna e il finto duro Nikolai, che inserisce un elemento senza sviluppo. Il film può essere senza dubbio considerato uno dei migliori lavori del regista canadese, superiore anche al già ottimo A History Of Violence, grazie anche ad un attore in continua crescita come Viggo Mortensen.

VOTO:3,5/5

mercoledì 7 maggio 2008

L'Uomo Con La Macchina Da Presa

Titolo orginale: Человек с киноаппаратом
Regia: Dziga Vertov
Soggetto: Dziga Vertov
Nazionalità: URSS
Anno: 1929
Durata: 67'

CONSIDERAZIONI: Il film di Vertov è manifesto del suo pensiero sul kinoglaz (cineocchio), strumento rivolto a tutti e indispensabile per il progresso mediatico mondiale (suoi infatti anche i cinegiornali Kinopravda, ovvero la cine-verità). Non esiste trama, non ci sono attori o comparse, ma solo normali cittadini che vivono in una Mosca fine anni '20 reinterpretata (grazie ad un montaggio dinamico e creativo) dal genio Vertov. Le riprese nostrano lo svolgersi di una giornata nella città russa, dall'alba in cui tutti ancora dormono (dal barbone ad una giovane ragazza benestante) fino agli spettacoli serali che concludono il ciclo. Si passa attraverso nascite, morti, matrimoni, bagni al fiume, trucchi abbranzanti dell'epoca e panoramiche cittadine cariche di ingegno tecnico. Bella la parte centrale in cui vengono messe in parallelo un funerale con un parto, morte e nascita, simbolo di un ciclo socio-naturale continuo. Non può non colpire, considerata l'epoca, l'audacia e spregiudicatezza con cui il regista riprende il momento appena successivo all'uscita del bambino dal corpo della madre ancora con il cordone ombellicale integro, senza censure o inquadrature accomodanti. Dziga Vertov si propone di mostrare la realtà reinterpretandola grazie alle possibilità offerte dagli strumenti tecnologici moderni: il montaggio è innovativo e molto studiato, dove nulla viene lasciato al caso e tutto ha una sua precisa collocazione all'interno del suo personale quadro artistico. Non è certo un film nel classico senso del termine: manca tutto quello a cui il cinema, soprattutto americano, già aveva abituato il pubblico, come stars, plot narrativi alla portata di tutti e sequenze costruite secondo una logica ineccepibile. Il film è un puro prodotto artistico, nel quale gioca un ruolo principale proprio il montaggio, punto centrale dell'evoluzione stilistica cinematografica.

VOTO: 4/5

Hitch - Lui Si Che Capisce Le Donne

Titolo originale: Hitch
Regia: Andy Tennant
Sceneggiatura: Kevin Bisch
Nazionalità: USA
Anno: 2005
Durata: 110'
Interpreti principali: Will Smith, Eva MendesKevin James, Amber Valletta, Robinne Lee

TRAMA: Alex Hitchens (Smith) si guadagna da vivere in un modo molto particolare: conduce gli uomini tra le braccia della donna da loro desiderata dispensando efficacissmi consigli e tattiche di conquista. Un giorno si trova a fare da consulente all'imbranatissimo Albert (James), deciso a conquistare la donna dei suoi sogni, Allegra Cole(Valletta), famosissima ereditiera al centro di mass media e paparazzi, nonchè sua datrice di lavoro. Contemporaneamente, però, Alex conosce Sara (Mendes), importante giornalista di gossip fermamente contraria all'amore e decisa a scoprire la vera identità del celebre, quanto leggendario, "Dottor Rimorchio.

CONSIDERAZIONI: Il film è stato record di incassi negli Stati Uniti nel 2005 per il genere della commedia romantica, arrivando al decimo posto tra i film più venduti dell'anno. E se lo merita. Come commedia romantica è originale e decisamente sopra la media. Gli elementi di base e gli intrecci non si staccano molto dalla classica american-comedy, ma emerge un'interessante caratterizzazione dei personaggi: il protagonista svolge un lavoro tanto assurdo quanto accattivante (alzi la mano chi non ha pensato "e che cosa ci vuole? Domani provo anch'io!"); il personaggio di Albert è quanto di più divertente potessero costruire: imbranato all'inverosimile, si improvvisa in imbarazzanti approcci goffi e pasticcioni; Allegra Cole (non vi ricorda incredibilmente la "nostra" attualissima Paris Hilton?) è la classica star al centro dell'attenzione per puro nome, senza uno specifico merito, incompresa nel suo guscio di apparenze. Il personaggio più deludente è forse quello interpretato da Eva Mendes (che, comunque, non recita affatto male): Sara infatti non ha nulla di diverso dallo stravisto oggetto destabilizzante della narrazione, classico nell'american-comedy. La giornalista è fredda e spietata nella vita e nel lavoro, ma davanti alle avance del tenero Alex non riesce a resistere.
Le scene più esilaranti sono senz'altro quelle che vedono il goffo Albert alle prese con l'addestramento sentimentale imposto da Hitchens: indimenticabile la scena in cui balla davanti al suo "istruttore" che, impassibile, alla fine gli dice: "Non provarci mai più!", dopop aver assistito al passo cotton fioc. Moltissime trovate sono geniali. E' da ammirare la recitazione di Will Smith, che, dopo il suo discutibile avvio nella sit-com Willy Il Principe Di Bel Air, dimostra di essere cresciuto artisticamente in modo titanico. A sfavore del film gioca una durata forse eccessivamente dilatata, che a tratti può annoiare, e dei nodi narrativi a volte un po' troppo prevedibili. Complessivamente è un film divertente e riuscito, che può considerarsi un buon prodotto tra il marasma omogeneo della commedia romantica all'americana.

VOTO: 3/5

lunedì 5 maggio 2008

Death Sentence

Titolo originale: Death Sentence
Regia: James Wan
Sceneggiatura: Ian Jeffers
Nazionalità: USA
Anno: 2007
Durata: 110'
Interpreti principali: Kevin Bacon, Garrett Hedlund, Kelly Preston, John Goodman, Yorgo Constantine, Aisha Tyler, Matt O'Leary, Leigh Whannell, Stuart Lafferty, Jordan Garrett

TRAMA: Nick (Bacon) è marito e padre in una famiglia felice e spensierata: premuroso con la m0glie Helen (Preston) e presente con i due figli Brendan (Lafferty) e Lucas (Garrett).Una sera, tornando con il figlio Brendan da una parita di hookey di quest'ultimo, Nick assiste all'omicidio del figlio perpetrato da una gang. Distrutto dal dolore e minacciato in tribunale dal ragazzo che gli ha assassinato il figlio, decide di non farlo condannare in tribunale per farsi giustizia da solo.Quando segue e uccide l'assassino, inizierà uno scontro senza esclusione di colpi tra la famiglia Hume e la gang di teppisti.

CONSIDERAZIONI: Il film è tratto da un libro di Brian Garfiled. Death Silence è aperto manifesto al motto violenza genera violenza. Nick Hume durante il film subisce una trasformazione radicale: da perfetto marito e padre diventerà indiretto distruttore della sua famiglia. La volontà di non accontentarsi davanti alla punizione (effettivamente irrisoria) della legge porta il protagonista in una spirale di violenza nella quale non pensava (almeno inizialmente) di finire. L'errore principale della sua vendetta sta nell'aver inconsapevolmente ucciso proprio il fratello di Billy, il capobanda, che non è disposto ad accettare l'uccisione del parente come un pareggio dei conti. Per la banda di malviventi la morte del figlio di Nick non rappresenta un conto aperto, ma soltanto prova d'iniziazione per l'ingresso nella gang. Le due visioni della perdita sono radicalmente diverse, anche se porteranno poi alle stesse conseguenze. Nick non è disposto ad accettare un patteggiamento in tribunale, perchè non vuole nessuno sconto per la morte di suo figlio. Legge inadeguata? Anche. Ma questo film è prova evidente di ciò che può succedere quando si vuole scavalcare la legge. Nella parte finale un grosso colpo di scena lascia lo spettatore completamente spiazzato: nessuno poteva immaginare che realemente la banda sarebbe riuscita a freddare i tre componenti della famiglia rimasti. Fortunatamente Nick e il figlio si salvano, nonstante il secondo sia in gravi condizioni. Per la moglie non c'è nulla da fare. Nemmeno in questo caso Nick lascia perdere: si arma e si trasforma (anche nel look) per sterminare una volta per tutte la banda, così da vendicare definitivamente la sua famiglia. Come si poteva immaginare il gioco non ha mai fine. Nick, diventato in tutto e per tutto come uno della gang, si improvvisa vendicatore. E' paradossale come un tranquillo colletto bianco possa diventare in un attimo uno sterminatore abilissimo nell'uso delle armi e nella freddezza d'esecuzione. Bella l'immagine finale in cui, sterminata praticamente tutta la banda, Nick e Billy, moribondi su una panchina eseguono i loro ultimi passi: Billy fa notare a Nick come ora sia somigliante ad uno dei loro, mentre il secondo si sente spinto fino alla fine dal dovere di completare la sua vendetta uccidendo il nemico. Il regista Wan (director del famoso Saw - L'enigmista) vuole mostrare come entrambe le situazioni, seppur diverse, possano portare agli stessi risultati: Nick, per quanto eroe tragico della situazione non mostra una completa integrità morale, così come Billy, da perfetto cattivo, mostra le cause della sua deviazione in una vita trascorsa nei bassifondi, abbandonato nell'educazione dal padre, moralemente peggiore del figlio. Purtroppo però il regista non riesce mai a far vedere il cattivo Billy sotto una luce migliore e meno colpevole; riesce invece a non far condividere completamente le azioni del protagonista, pur restando dalla sua parte nel momento in cui è necessaria una scelta. Un film riuscito a metà: dal regista dell'ottimo Saw ci si poteva aspettare di più, mentre non si resta delusi davanti alle scene di violenza, che riescono ad essere sempre efficaci e difficilmente sopportabili.

VOTO: 2,5/5

Il Treno Per Darjeeling

Titolo originale: The Darjeeling Limited
Regia: Wes Anderson
Sceneggiatura: Wes Anderson, Roman Coppola, Jason Schwartzman
Nazionalità: USA
Anno: 2007
Durata: 91'
Interpreti principali: Owen Wilson, Adrien Brody, Jason Schwartzman, Amara Karan, Wallace Wolodarsky, Waris Ahluwalia

TRAMA: Tre fratelli completamente diversi e decisamente poco legati si ritrovano su un treno diretto a Darjeeling su invito del maggiore, Francis (Wilson), per compiere assieme un percorso spirituale di riavvicinamento. Le diversità e le molte stravaganze si faranno sentire.

CONSIDERAZIONI: Il film è stato vincitore del Leoncino D'Oro alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia nel 2007. Le ragoni che lo hanno portato a questo successo risiedono nella capacità di affrontare temi complessi, come i rapporti famigliari, la religione e il viaggio attraverso "l'esotico" con ironia e originalità. I tre fratelli rappresentano il deterioramento dei rapporti famigliari nella società contemporanea occidentale, causato non dall' incomprensione, ma dall'eccessivo egoismo. Ognuno mantiene i propri segreti non fidandosi mai completamente del parente vicino. Soprattutto l'inizio del film, appare come un calibratissimo scontro fra personalità, dove lo studio dell'altro per la preservazione della propria individualità è fondamentale. Anche l'estroverso Francis, dopotutto, non riesce mai ad essere completamente sincero con i fratelli, disposto anche a tramare alle loro spalle per raggiungere lo scopo prefissato: ritira il passaporto dei fratelli per evitare che fuggano, nasconde la volontà di raggiungere la madre ritiratasi in un convento e, sopprattutto, non si tira mai indietro dal rinfacciare al fratello Peter di aver preso possesso di alcuni effetti personali del padre defunto, pur essendo apparentemente il più solido economicamente (gli rubano una scarpa da tremila dollari e regala una cintura da seimila!). Jack, inverce, è il più introverso dei tre: con una storia d'amore travagliata ancora in via di assestamento, non si tira indietro davanti alla possibilità di possedere sessualemente la bella hostess, Rita, non tanto per far del male alla sua ragazza (o ex... difficile a dirsi) ma per difendere, ancora una volta, se stesso; raramente racconta ai fratelli cosa gli capita nella vita, ma si esprime attraverso racconti scritti che narrano palesemente fatti capitati a lui in prima persona, pur sostenedo di aver usato personaggi immaginari. Peter è in fuga dalla moglie incinta, incapace di affrontare quelle che sono le sue responsabilità. Preferisce passare del tempo con i fratelli di cui non si fida, piuttosto che assistere la moglie negli ultimi mesi di gravidanza.
Ben congegnato anche il significato simbolico dei bagagli: le valige ereditate dal padre, che i tre si portano dietro durante tutto il viaggio, sono infatti simbolo delle barriere che li dividono, pesante fardello che rappresenta incomprensioni familiari sedimentate. L'abbandono progressivo (fino a quello totale nel finale) del bagaglio simboleggia il mutamento dei rapporti fra fratelli, che si rafforza giorno dopo giorno. Costretti a condividere le medesime esperienze, a volte anche tragiche (come la morte del ragazzino che tentano di salvare dall'annegamento), finiranno con l'imparare a comprendersi oltre che ad accettare se stessi e gli altri.
Il lavoro di Anderson ha classe e dimostra di non aver lasciato nulla al caso. Riesce ad animare un film di notevole spessore con gag mai squallide e, seppur ironiche, cariche di significato. Apprezzabile l'interpretazione dei tre protagonisti. A volte, purtroppo, il film è costretto ad avere un ritmo troppo lento e, a tratti, noioso. Questo è da imputare all'importanza dei temi trattatti, che non sempre permettono leggerezza e brio, soprattutto quando c'è la volontà di non essere superficiali. E' da segnalare un cameo di Bill Murray nei panni di un passeggero che perde il treno. Prima del film viene presentato il cortometraggio Hotel Chevalier, che funge da prologo alla pellicola. Questo infatti mostra Jack (sempre interpretato da Schwartzman) che, dopo essersi ritirato a vivere in un hotel parigino dopo la fine di tormentata storia d'amore, riceve la visita della sua ex. Fantastico lo scambio di battute, tra i due, a letto. Il corto non ha accompagnato il film in tutti i paesi dove è stato priettato, ma solo in alcuni. In internet questo prologo ha avuto un notevole successo grazie soprattutto al primo nudo della Portman sullo schermo (tra l'altro abbastanza deludente e chiaccherato).

VOTO: 3/5

venerdì 2 maggio 2008

Come D'Incanto

Titolo originale: Enchanted
Regia: Kevin Lima
Sceneggiatura: Bill Kelly
Nazionalità: USA
Anno: 2007
Durata: 110'
Interpreti principali: Amy Adams, Patrick Dempsey, James Marsden, Timothy Spall, Rachel Covey, Susan Saradon, Idina Menzel

TRAMA: Giselle (Adams) è la classica principessa delle favole: parla con gli animali, sorride sempre a trentadue denti e sta per sposare il principe Edward (Marsden) di Andalasia, conosciuto ben un giorno prima delle nozze. La perfida matrigna del principe, Narissa (Saradon), vuole impedire che il figliastro sposi Giselle strappandole così di fatto la corona di regina. Decide così il giorno delle nozze di far precipitare la futura principessa in un mondo parallelo, che si rivelerà essere l'attuale New York, dove i suoi modi irreali ed eccentrici attireranno le attenzioni dell'avvocato divorzista Robert Philip (Dempsey) convinto che sia pazza e bisognosa di aiuto. Nel frattempo anche il principe Edward e il malvagio servo della regina, Nathaniel (Spall), raggiungono la Grande Mela rispettivamente allo scopo di ritrovare (l'uno) e uccidere (l'altro)Giselle.

CONSIDERAZIONI: Il film sfrutta uno spunto interessante sulla base del successo dei lungometraggi parodico-favolistici. Dopo Shrek, questo Come D'incanto mira a fondere la realtà della favola a quella della realtà attuale. GIselle da un lato cercherà di portare parte del suo bagaglio vissuto nel mondo delle favole, fatto di positività e buoni propositi, mentre la realtà new yorkese, incarnata dal personaggio di Robert, rappresenta l'aspetto duro e crudo della vita vera, ben diversa da quella della principessa. Entrambi impareranno dall'altro qualcosa di fondamentale, riuscendo a raggiungere il giusto equilibrio fra le due realtà. Esilaranti alcune situazioni, come il richiamo degli animali per sistemare la casa del disordinato Robert in stile Biancaneve, al quale risponderanno ratti, piccioni e scarafaggi; o la creazione dei vestiti giornaliera da parte della principessa, che ritaglia a suo piacimento tende e tappeti. Non sempre ben sfruttati i personaggi del principe Edward e del servo Nathaniel, che avrebbero potuto essere centro di gag ben più divertenti. Carino anche il finale, che (favolisticamente) non lascia scontento nessuno, regalando gioia a tutti i personaggi (tranne, ovviamente, la regina). Non si può dire comunque che il film sia completamente riuscito: c'è poco (per non dire nulla) di inaspettato, le situazioni a volte sono un po' tirate per i capelli, così come i dialoghi.
Le citazioni sono numerosissime, tra cui Biancaneve e i sette nani, Cenerentola, La bella addormentata nel bosco, Lilli e il vagabondo, La spada nella roccia, La bella e la bestia, La sirenetta.
Il film è certamente sufficiente, ma più adatto ad un pubblico di bambini che ad uno adulto.

VOTO: 2,5/5