sabato 26 febbraio 2011

A Beautiful Mind

Titolo originale: A Beautiful Mind
Regia: Ron Howard
Sceneggiatura: Akiva Goldsman
Nazionalità: USA
Anno: 2001
Durata: 128'
Interpreti principali: Russel Crowe, Jennifer Connelly, Ed Harris, Paul Bettany, Adam Goldberg, Christopher Plummer

TRAMA: John Nash (Crowe) è un brillante studente di matematica a Princeton, schivo verso i compagni del campus e ossessionato dal voler trovare un'idea originale. Accanto al genio dovrà convivere per tutta la vita con la schizofrenia, sempre aiutato dalla moglie Alicia (Connelly).

CONSIDERAZIONI: Il film di Ron Howard vincitore di quattro premi oscar (miglior film, miglior regista, miglior attrice non protagonista a Jennifer Connelly, miglior sceneggiatura non originale) racconta la vera storia del Premio Nobel per l'economia John Forbes Nash jr. La narrazione parte dall'entrata a Princeton nel 1947 fino alla vincita del Nobel nel dicembre del 1994. Si vedono fin da subito tutte le fragilità di un giovane introverso e poco socievole, tormentato dal proprio genio al quale cerca di dare sfogo. Il carattere schivo ed estremamente riflessivo lo porta ad essere schernito dai compagni di college che, nel corso degli anni, poi non gli rifiuteranno mai un aiuto nel momento del bisogno. Si seguono le tappe della sua carriera assieme a quelle che lo porteranno nell'abisso di una malattia incurabile (la schizofrenia) con la quale, nonostante i periodi in ospedale psichiatrico, i farmaci e gli innumerevoli trattamenti, sarà costretto a convivere per tutta la vita, imparando a distinguere ciò che è reale a ciò che non lo è. La figura di Alicia Nash, interpretata da una bravissima Connelly, è fondamentale nella vita di Nash, punto di riferimento e guida nei momenti più bui della sua vita, esempio di un amore così intenso da diventare ragione di vita. Russell Crowe riesce ad essere sempre convincente nell'interpretare un ruolo così difficile, il ritratto di un uomo tanto fragile da essere sempre sul punto di rompersi. Bellissimi anche i ruoli di Ed Harris e Paul Bettany, le allucinazioni di John, rispettivamente il misterioso agente governativo e il miglior amico dai tempi di Princeton. L'unico punto reale della sua vita resta la moglie, della quale non viene mai dubitata l'esistenza. Howard dirige il film con maestria, riuscendo a confondere fino al momento della rivelazione sulla malattia, ciò che Nash vede davvero con ciò che immagina. Andando a ripercorrere tutte le apparizioni delle allucinazioni, si può vedere come effettivamente non ci siano mai errori legati alla loro interazione con personaggi reali se non con il solo John. Roger Deakins (nominato più volte al premio oscar e assiduo collaboratore nei film dei Coen) compie un'ottimo lavoro alla direzione della fotografia.
Il film risulta essere davvero emozionante ed è impossibile arrivati alla fine non commuoversi quando gli vengono consegnate le penne come segno di onorificenza al café dell'università o alla cerimonia per il Nobel, dove ringrazia la moglie per tutto quello che ha fatto per lui durante la vita passata assieme. Da vedere.

VOTO: 4/5

domenica 20 febbraio 2011

Drag Me To Hell

Titolo originale: Drag Me To Hell
Regia: Sam Raimi
Sceneggiatura: Ivan Raimi, Sam Raimi
Nazionalità: USA
Anno: 2009
Durata: 99'
Interpreti principali: Allison Lohman, Justin Long, Lorna Raver, Dileep Rao, David Paymer, Adriana Barraza

TRAMA: Chrstine (Lohman) ambisce alla poltrona di vice direttore nella banca in cui lavora, ma per far questo deve dimostrare al suo capo, Mr. Jack (Paymer) di poter prendere anche decisioni difficili che supportino gli interessi della filiale. Così quando la signora Ganush (Raver), di origine zingara, si presenta alla sua scrivania chiedendo l'ennesima proroga al mutuo, lei la respinge. Per controbattere all'offesa l'anziana signora le scatenerà addosso la maledizione della Lamia, un demone persecutore che al terzo giorno trascinerà l'anima della sventurata all'inferno per l'eternità.

CONSIDERAZIONI: Drag Me To Hell è il ritorno al cinema horror di Sam Raimi, assente dal genere dal 1993, quando chiuse la trilogia de La Casa girando l'esilarante L'Armata Delle Tenebre con un sempre spettacolare Bruce Campbell ad interpretare l'ormai mitico Ash. E il ritorno non delude affatto. La storia non è nulla di particolarmente originale, ma viene sviluppata con il classico stile grottesco che caratterizza le pellicole horror del regista. Nato da un'idea avuta molti anni prima, il film vede la protagonista maltrattata per tutto il tempo da questo demone alquanto dispettoso, che non si fa scrupoli a lanciarla a destra e sinistra contro muri, mobili e quant'altro. Le scene con l'anziana signora Ganush sono esilaranti, come il duello prima della maledizione all'interno dell'automobile, dove tra morsi senza dentiera e graffette sulla fronte non si riescono a trattenere le risate anche in un momento di tensione come quello. E' il bello dell'horror di Raimi, dove il grottesco esagerato nelle situazioni più incredibili crea un effetto del tutto particolare: impossibile non vedere le strizzate d'occhio alla vecchia trilogia, con oggetti che volano, protagonista brutalizzata senza mai farsi troppo male (incredibile come Christine dopo certi voli riesca miracolosamente a rialzarsi praticamente illesa) e personaggi indemoniati con espressioni e voci riconducibili alle glorie passate. Non mancano inoltre i salti sulla poltrona con improvvisi colpi al cuore. Spettacolare la seduta spiritica con tanto di caprone parlante e demone incazzato che balla tra le fiamme sospeso sul tavolo. Dopo l'ennesimo duello di Christine con il cadavere della zingara (che sembra fisicamente più pericolosa da morta e imbalsamata che da viva) questa volta nel cimitero dove quest'ultima è sepolta in preda ad un alluvione stile diluvio universale, non mancherà il colpo di scena nel finale quando tutto sembrava risolto.
Per chi ha amato la vecchia trilogia horror di Raimi, questo film non può che essere un graditissimo tuffo nel passato, più per lo stile grottesco che per la storia, che non presenta nulla di così innovativo. Il tutto è un Raimi che cita Raimi: ma lo fa con classe.

VOTO: 3/5

Sono Il Numero Quattro

Titolo originale: I'm Number Four
Regia: D.J. Caruso
Sceneggiatura: Alfred Gough, Miles Millar, Marti Noxon
Nazionalità: USA
Anno: 2011
Durata: 110'
Interpreti principali: Alex Pettyfer, Dianna Agron, Timothy Olyphant, Teresa Palmer, Callan McAuliffe, Kevin Durand

TRAMA: Dopo che il pianeta Lorien è stato distrutto dai malvagi Mogadoriani, nove bambini sopravvissuti vennero inviati sulla Terra per conservare la propria razza, ognuno protetto da un guerriero. Ma passati gli anni un gruppo di Mogadoriani arriva sulla Terra per stanare e uccidere i sopravvissuti. Uccisi i primi tre (ogni alieno di Lorien viene indicato con un numero da uno a nove) in ordine di numero, toccherà al Numero Quattro (Pettyfer) cercare di scampare alla sorte che sembra inevitabile, grazie anche all'aiuto del suo protettore Henri (Olyphant). Ma trasferito a Paradise in Ohio per nascondersi conoscerà Sarah (Agron), che lo spingerà a non voler più fuggire.

CONSIDERAZIONI: Il film è tratto dall'omonimo romanzo di Jobie Hughes e James Frey. La cosa che appare evidente fin da subito è la scarsa qualità artistica a trecentosessanta gradi. La regia appare dozzinale e senza guizzi, la sceneggiatura (anche se sarebbe necessario confrontarla con il libro) piatta e sostanzialmente inconcludente, gli attori protagonisti (soprattutto Pettyfer) stucchevoli e poco convincenti (fatta forse eccezione per Olyphant e Durand). La sensazione che per tutto il film fa da padrona è quella di essere davanti ad una storiella d'amore stile liceale travestita da serioso film di fantascienza. Le scene in cui John e Sarah si conoscono e si frequentano sono a dir poco imbarazzanti: dopo soltanto due giorni che si conoscono lui è a cena a casa di lei con i genitori che lo trattano come se fosse un amico di vecchia data, i dialoghi e le occhiate da telefilm adolescenziale sono davvero imbarazzanti. Oltretutto con un occhio critico non si può far a meno di farsi alcune domande, come ad esempio la natura della sussistenza economica degli alieni sulla Terra (John va a scuola ed Henri sta a casa a cancellare dati da internet), il perché nessuno aveva mai spiegato a John che avrebbe avuto dei poteri e, sopra a tutte, il repentino (e francamente fuori luogo) cambio di prospettiva e senso suicida che spinge il protagonista a rischiare di morire per star vicino ad una ragazza conosciuta da qualche settimana, sputando con tutta tranquillità e consapevolezza sopra tutti i sacrifici fatti da chi aveva lottato e perso la vita per proteggerli. Insomma l'incoerenza è il tema dominante della pellicola, che inoltre non riesce mai ad avere un balzo che la faccia uscire dalla noia. Il vero rischio che corriamo è quello di ritrovarci davanti ad altre pellicole successive (il finale è apertissimo con altri cinque libri in programma... e quindi eventuali cinque film) che cercano di cavalcare l'onda dei successi seriali degli ultimi anni, come Harry Potter e la Twilight Saga (che però non hanno nulla a che vedere con la pochezza del film che abbiamo di fronte). Davvero imbarazzante.

VOTO: 0/5

sabato 19 febbraio 2011

Inception

Titolo originale: Inception
Regia: Christopher Nolan
Sceneggiatura: Christopher Nolan
Nazionalità: USA
Anno: 2010
Durata: 148'
Interpreti principali: Leonardo Di Caprio, Ken Watanabe, Joseph Gordon-Lewitt, Ellen Page, Tom Hardy, Dileep Rao, Cillan Murphy, Marion Cotillard, Micheal Caine

TRAMA: Dominic Cobb (Di Caprio) è quel che viene chiamato un estrattore: entra nei attraverso il sogno nel subconscio delle persone e ne ruba delle informazioni per dei clienti. Dopo aver fallito nel tentativo di recuperare informazioni da Mr. Saito (Watanabe), quest'ultimo gli propone di fare un processo diverso: un innesto, inserire all'interno della mente del figlio del suo rivale in affari in punto di morte, Robert Fisher (Murphy) l'idea che alla morte del padre sarà necessario dividere l'impero economico ereditato dal padre. In cambio della riuscita del processo, Mr. Saito promette a Cobb di dargli la possibilità di ritornare negli Stati Uniti, dove è accusato per l'omicidio della moglie Mal (Cotillard), per poter riabbracciare i suoi figli.

CONSIDERAZIONI: Il film è a mio avviso mastodontico. Tra l'infinità di pellicole uscite negli ultimi anni è una delle poche a nascere da un'idea davvero originale. Come detto in un'intervista dalla moglie di Nolan, il regista (e anche sceneggiatore in questo caso) lavorava allo sviluppo di questo progetto dai tempi del college. E non ha buttato via il suo tempo. E' tutto congegnato nei minimi dettagli, senza lasciare nulla al caso. Gli elementi che compongono il film sono davvero molti ed è impossibile avere una prospettiva completa dopo una sola visione: perdere qualche passaggio può davvero compromettere la comprensione di quello che avviene in seguito. Il continuo intrecciarsi di sogno e realtà è gestito con maestria, anche se a volte sembra che ci siano davvero troppe cose da tenere a mente. Le informazioni che vengono date sul funzionamento del sogno condiviso e dell'innesto sono moltissime ed è necessario costruirsi una mappa mentale ben precisa per riuscire a seguire il percorso disegnato da Nolan. L'equilibrio fra azione e drammaticità è decisamente ben riuscito. Scoprire passo dopo passo (o meglio fotogramma dopo fotogramma) la storia di Cobb e Mal, cercando di capire cosa è successo realmente, tiene incollati allo schermo, rendendosi conto soltanto verso la fine di ciò che è veramente accaduto. Non si può non restare affascinati dalla progettazione del piano per innestare l'idea dentro la testa del giovane Fisher. Ancora una volta Leonardo Di Caprio dimostra di essere diventato un attore di spessore, lontano da alcune imbarazzanti interpretazioni del passato in cui era l'idolatria delle ragazzine a costruire la sua fama. Gli effetti speciali sono spettacolari, come l'esplosione di frutti, carta e vetrate nella Parigi onirica, ponti e strade che emergono dal nulla e una città che si piega a panino su sé stessa. Hans Zimmer compone una colonna sonora (candidata all'oscar per miglior colonna sonora) decisamente efficace. Anche nel finale, per quanto ce lo si potesse aspettare, il dubbio sogno o realtà lasciato alla libera interpretazione dello spettatore sembra effettivamente la scelta migliore, tanto che rende inevitabile il rimuginare successivo.
Non manca praticamente nulla dentro questa grande macchina: idee (con buon saccheggio di interpretazione onirica freudiana), originalità, azione, drammaticità e un ottimo impatto visivo (bellissime le scenografie di Dyas) si fondono per realizzare un prodotto d'altissima qualità, cosa alla quale, tra l'altro, Nolan sta iniziando ad abituarci.

VOTO: 4,5/5

Il Grinta

Titolo originale: True Grit
Regia: Joel Coen, Ethan Coen
Sceneggiatura: Joel Coen, Ethan Coen
Nazionalità: USA
Anno: 2010
Durata: 110'
Interpreti principali: Jeff Bridges, Matt Demon, Josh Brolin, Heilee Steinfeld

TRAMA: Mattie Ross (Steinfeld) è una ragazzina di 14 anni decisa a vendicare la morte del padre per mano di Tom Chaney (Brolin). Per arrivare a questo assolderà lo sceriffo federale Rooster Cogburn (Bridges), detto "Il Grinta" per i suoi metodi decisi, che dovrà collaborare con il Texas ranger Lebouef (Damon) per portare il ricercato alla giustizia.

CONSIDERAZIONI: Il film dei fratelli Coen è il remake dell'originale del 1969 che portò l'oscar come miglior attore protagonista a John Wayne nel ruolo di Cogburn. La pellicola si presenta come un prodotto di puro intrattenimento western. Anche in questo caso gli elementi classici del genere non mancano: sceriffi, scenari su steppe e praterie, banditi sempre pronti a fuggire per spartirsi il bottino. Il far west west viene rappresentato come iconografia di genere, senza particolari punti di originalità. La narrazione è classica e adatta allo sviluppo di un film più vicino alla storia che alla novità. Gli interpreti riescono a ricoprire il loro ruolo in modo credibile e azzeccato, con un Jeff Bridges in piena forma a sostenere il ruolo che fu di John Wayne. Può risultare un po' antipatico il ruolo della giovane Ross/Steinfeld, che non sfigura però davanti ad un'interpretazione di difficile apprezzamento, dove la rigidità e il rigore finiscono per essere perfettamente funzionali alla storia. Tutti i personaggi riescono a essere all'altezza dal ranger texano LeBouef/Damon al fuorilegge assassino Chaney/Brolin. Le scenografie sono perfette, e la neve che ricorre spesso nelle fredde praterie americane donano un tocco di romanticismo alla fotografia. Divertenti i racconti di Cogburn alla giovane Ross, mentre le espone senza nessun filtro episodi passati della sua vita, quanto la deposizione in aula dello sceriffo federale alle prese con le domande dell'accusa. Un film candidato a dieci premi oscar che sente comunque a livello promozionale la presenza del tandem collaudato dei Coen. I due punti che sicuramente giocano a favore della pellicola sono l'interpretazione di un Jeff Bridges praticamente perfetto e una sceneggiatura che pur non uscendo mai dallo stereotipo western riesce a regalarci un'atmosfera degna delle aspettative. Un piacevole blockbuster per chi ama i cinema di frontiera.

VOTO: 3,5/5

martedì 15 febbraio 2011

Pulp Fiction

Titolo originale: Pulp Fiction
Regia: Quentin Tarantino
Sceneggiatura: Quentin Tarantino
Nazionalità: USA
Anno: 1994
Durata: 154'
Interpreti principali: John Travolta, Uma Thurman, Samuel L. Jackson, Harvey Keitel, Tim Roth, Christopher Walken, Bruce Willis, Quentin Tarantino, Ving Rhames

TRAMA: In questa pellicola ad episodi collegati si incrociano storie di personaggi legati in qualche modo al boss della malavita di Los Angeles, Marsellus Wallace (Rhames), tra cui i gangster Vincent (Travolta) e Jules (Jackson), il pugile Butch (Willis) e la moglie del boss Mia (Thurman).

CONSIDERAZIONI: Parlare di Pulp Fiction può risultare decisamente pericoloso. Un film diventato un vero e proprio cult e che ha visto consacrare la genialità di un regista\sceneggiatore (che lo si voglia o meno), Quentin Tarantino, considerato oggi dalla nel mondo come un vero e proprio Re Mida del cinema. La pellicola uscita nel 1994 porterà a casa la Palma D'oro al festival di Cannes come miglior film e un oscar per la miglior sceneggiatura originale, oltre ad uno sterminato numero di altri premi appartenenti ai più importanti festival ed eventi cinematografici del globo. Ma che cosa ho portato questo film ad essere quello che è diventato? In una parola si potrebbe parlare di originalità. Vera e propria originalità che con al servizio un cast stellare riesce a diventare un film praticamente perfetto. I dialoghi lasciano spesso disorientati per il loro tono accattivante: ci si accorge di essere con le orecchie sull'attenti persino mentre due improbabili gangster dissertano su hamburger e salse per patatine. Non ci si stupisce davanti a scene al limite dell'assurdo e ad una violenza verbale e fisica che riesce sempre e comunque a strapparci un sorriso dalle labbra se non farci letteralmente venire le lacrime agli occhi con un'ironia pungente e spesso amara. Gli interpreti in stato di grazia riescono a tenerci con la mente sempre concentrata su di loro e su quello che il folle Tarantino gli ha riservato, delineandone per ognuno una personalità dove nulla sembra lasciato al caso. Quasi ogni scena contenuta nel film è diventata un tormentone cinematografico, come il celebre ballo di Vincent e Mia sulle note della You Never Can Tell di Chuck Berry, l'iniezione di adrenalina a casa dello spacciatore Lance o i dialoghi allucinati tra i due gangster sempre troppo sopra le righe per essere davvero credibili. Tarantino riesce a dare anche un taglio molto originale alle riprese che risultano sempre molto ricercate, anche grazie all'ottimo lavoro del polacco Andrzej Sekuła alla direzione della fotografia. Le musiche ci immergono in un'atmosfera vintage che va a braccetto con la realizzazione che non nasconde tributi al cinema degli anni '70. Dal tutto emergono spesso e volentieri spaccati di cultura americana che vuole anche farsi autocritica (ad esempio attraverso frasi del tipo "sono americano, i nostri nomi non vogliono dire un cazzo" o critiche al sistema di peso americano confrontato al metrico decimale nelle dissertazioni sugli hamburger). La sceneggiatura è costruita ad episodi che si intrecciano tra di loro, presentando una linea temporale sconnessa, della quale si viene a capo soltanto nel finale, dove il cerchio di chiude con un ritorno all'inizio del film. E dopo essere restati affascinati da dialoghi assurdi, personaggi sopra le righe e stralci di american culture viene da chiedersi una cosa: cosa ci sarà stato nella valigetta?

VOTO: 4,5/5

lunedì 14 febbraio 2011

Il Buono Il Brutto Il Cattivo

Titolo originale: Il Buono Il Brutto Il Cattivo
Regia: Sergio Leone
Sceneggiatura: Sergio Leone, Luciano Vincenzoni, Age & Scarpelli, Sergio Donati
Nazionalità: Italia, Spagna
Anno: 1966
Durata: 174'
Interpreti principali: Clint Eastwood, Eli Wallach, Lee Van Cleef

TRAMA: In un sud degli Stati Uniti in piena guerra di secessione, si incrociano le vicende di tre personaggi: Joe Il Biondo, Tuco e Sentenza che ad alterne alleanze e pugnalate alle spalle saranno legati dalla ricerca di una grossa quantità d'oro sepolta in luogo di cui ognuno ha soltanto parte delle informazioni.

CONSIDERAZIONI: Davanti a questo film non si può far altro che togliersi il cappello, volendo restare il più fedeli possibile all'immagine del pistolero. Il maestro del western Sergio Leone realizza una di quelle pellicole di genere (e non solo) che sono destinate a restare nella storia del cinema. Non manca niente dei classici stereotipi western all'interno del film: deserti sconfinati, villaggi isolati, cavalcate sotto il sole, duelli con lo sguardo di sfida e la ricerca d'oro sempre viva nella mente di banditi che hanno fatto del fuorilegge un lavoro a tempo pieno. Ma tutto questo viene immerso in un contesto che quasi rompe il susseguirsi di immagini di genere: la guerra infatti interrompe in molti momenti la corsa all'oro e le cannonate spesso danno il via ad una temporanea tregua alle situazioni che coinvolgono i protagonisti, che finiscono a più riprese per allearsi in un clima civilmente burrascoso. Il fatto che nessuno dei banditi prenda una posizione all'interno di uno schieramento per seguirne gli ideali li dipinge come dei veri e propri estranei alle vicende politiche, ricercando soltanto il loro personale tornaconto. Indossare una divisa o un altra non fa nessuna differenza se serve a raggiungere lo scopo.
Sergio Leone ancora una volta non nasconde lo stile registico che lo ha sempre caratterizzato, con intensi primi piani volti a raccontare le tensioni attraverso l'espressività degli interpreti. Come dimenticare il celebre triello finale in cui soltanto un gioco di attese e sguardi lascia lo spettatore incollato allo schermo. Bellissima anche la parte iniziale in cui i l'assenza di dialoghi lascia il posto ad un'immersione attraverso suoni ed immagini ad hoc in un'atmosfera caratterizzata dal puro western style. Gli interpreti sono impeccabili: anche le due espressioni di Clint Eastwood risultano perfettamente azzeccate per il personaggio, mentre a farla da padrona è la spumeggiante esuberanza di un Wallach in ottima forma che fa da contraltare alla glaciale freddezza di Van Cleef. Nonostante la nomenclatura che definisce i protagonisti nessuno si comporta da stinco di santo: se Sentenza è effettivamente davvero cattivo, a Joe e Tuco resta soltanto un po' più di umanità, che non li differenzia comunque molto dalla media del fuorilegge. Perfino Il Buono non è poi così "buono". Forse è solo più furbo.
Le musiche di Morricone sono diventate storiche. Un tema che ha fatto storia si unisce ad un brano L'estasi dell'oro che almeno una volta nella vita tutti abbiam sentito.
Una pietra miliare del genere western che tra poetica classicità e innovazione ha siglato un'indimenticabile capitolo della storia del cinema.

VOTO: 4,5/5

venerdì 11 febbraio 2011

Dal Tramonto All'Alba

Titolo originale: From Dusk Till Dawn
Regia: Robert Rodriguez
Sceneggiatura: Quentin Tarantino
Nazionalità: USA
Anno: 1996
Durata: 108'
Interpreti principali: George Clooney, Harvey Keitel, Juliette Lewis, Quentin Tarantino, Danny Trejo, Ernest Liu, Salma Hayek

TRAMA: I fratelli Seth (Clooney) e Richard Gecko sono in fuga verso il Messico dopo aver rapinato una banca e aver lasciato dietro di sé una lunga striscia di sangue. Dopo aver preso in ostaggio in un motel l'ex-pastore Jacob Fuller (Keitel) e i suoi due figli per confondere le proprie tracce, arrivano al Titty Twister, locale di motociclisti e camionisti in cui si danno appuntamento con la loro "protezione". Ma al calare delle tenebre nulla sarà come sembra.

CONSIDERAZIONI: "Molto divertimento, poca arte" fu il commento del critico americano "on-line" James Berardinelli. Inizierei discostandomi da questo giudizio. Non che il film a cui siam di fronte sia un capolavoro, anzi. Ma credo che come in ogni opera in cui ci sia lo zampino del celebre (forse troppo?) Quentin, nulla sia messo lì per caso. E anche questa pellicola ne è un esempio. Da una sceneggiatura scritta da Tarantino durante il liceo, l'amico Rodriguez riesce a tirar fuori una realizzazione molto interessante. La prima parte del film manca completamente della componente horror e si presenta come una classica situazione on the road in stile southern: due uomini su un auto diretta in Messico per sfuggire alle proprie malefatte, tra panorami desertici, squallidi motel, stazioni di servizio polverose e sceriffi stereotipati. Richard (interpretato da un Tarantino non propriamente all'altezza) rappresenta la parte malata del duo, che porta il fratello Seth a peggiorare la sua già critica situazione, facendogli compiere azioni che avrebbe preferito evitare (come distruggere il negozio/stazione di servizio dell'inizio). I dialoghi sono brillanti e le situazioni assurde come sempre capita nelle sceneggiature tarantiniane. Divertente lo scambio di battute fuori dal negozio che esplode mentre Seth rimprovera il fratello come si farebbe con un bambino che ha appena combinato una marachella. La violenza è comunque presente fin da subito, forse più umana e spaventosa all'inizio rispetto al seguito. Come spiegato da Tarantino durante un'intervista l'intento è quello di far affezionare lo spettatore ai personaggi durante la prima parte, come (a detta sua) Stephen King fa nei propri romanzi, per poi arrivare a distruggerli. Prima del Titty Twister, infatti, sappiamo già tutto sui protagonisti: malefatte dei fuggitivi, crisi di fede dopo la perdita della moglie dell'ex-pastore Jacob, dinamiche familiari nei rapporti da entrambe le parti. Ciò che avviene nel locale è più chiassoso ed immediato, in perfetto stile B-Movie (marchio di fabbrica iper-utilizzato nelle collaborazioni Tarantino/Rodriguez): danze cariche di erotismo (una Salma Hayek mai così sensuale), sparatorie, vampiri smembrati, scazzottate e litrate di sangue che volano. E come spesso accade in questi film di genere l'effetto horror non sembra mai sconvolgere profondamente i protagonisti che stoicamente accettano la situazione e la combattono senza batter ciglio, come se ne fossero abituati. Anche la trasformazione dei ragazzini da tranquilli dimorati di Dio a guerrieri spietati appare un po' forzata e decisamente irreale. Ma cosa c'è di effettivamente realistico all'interno di un film di questo genere? Nulla, quindi si finisce per soprassedere.
Gli effetti speciali ricordano molto quelli delle produzioni horror anni '80 che han fatto storia (anche se un po' superati) e la bellissima colonna sonora (tra cui Revell e ZZ Top) risulta perfetta per l'atmosfera southern horror. Come ha sempre amato fare Tarantino la pellicola è stracolma di citazioni e riferimenti ad altri film di genere e non (dove Quentin più volte si auto-cita, oltretutto), per la quale vi rimando alle pagine di wikipedia che ne descrive nei dettagli gli inserti. Il film ebbe moltissimi problemi con la censura, che in molte versioni (a seconda del Paese) venne ritoccato o tagliato a colpi di machete: ballerine rivestite digitalmente e parti mancanti nella versione tv americana, intere scene (come quella del supermarket) eliminate nella versione VHS tedesca o sangue dei vampiri verde nelle prime uscite cinematografiche. Complessivamente il film è divertente e ragionato nella sua sragionevolezza. Il cast è interessante (ottimo Clooney ad una delle sue prime interpretazioni cinematografiche da protagonista), anche se non sempre all'altezza (né la Lewis né Tarantino brillano in questa pellicola per le doti recitative). Fantastico per passare un'ora e mezza in disimpegno, violenza e sangue.

VOTO: 3/5

martedì 8 febbraio 2011

Una Notte Al Museo 2 - La Fuga

Titolo originale: Night At The Museum 2: Battle Of The Smithsonian
Regia: Shawn Levy
Sceneggiatura: Robert Ben Garant, Thomas Lennon
Nazionalità: USA, Canada
Anno: 2009
Durata: 105'
Interpreti principali: Ben Stiller, Amy Adams, Owen Wilson, Robin Williams, Bill Hader, Hank Azaria

TRAMA: Larry Dailey (Stiller) dopo aver lasciato da due anni l'incarico da guardiano notturno al Museo di Storia Naturale di New York, riesce a costituire un'azienda che produce invenzioni di sua creazione, diventando presto ricco e famoso. Venuto a conoscenza del fatto che i personaggi che animano il museo di notte verranno sostituiti da attrazioni di ben più avanzata tecnologia e dirottati come cimeli da archivio allo Smithsonian Museum di Washington, finirà a rivestire la divisa del guardiano notturno al museo della capitale. Sarà impegnato a fermare il perfido faraone Kah Mun Ra (Azaria) deciso a sfruttare la tavoletta del fratello Akmen-Ra per conquistare il mondo.

CONSIDERAZIONI: Questa pellicola è il seguito de Una Notte Al Museo (2006), diretto dallo stesso Levy. Volendo cavalcare il successo della primo capitolo, il regista ripropone le stesse situazioni e personaggi che erano stati vincenti. Al calare delle tenebre personaggi ormai noti tornano in scena, i minuscoli Jebediah Smith (Wilson) e l'imperatore romano Ottavio (Coogan), Teddy Roosvelt (williams) e Sacagawea (Peck), assieme a diverse new entry, tra cui l'aviatrice dispersa Amelia Earhart (Adams) e il generale Custer (Hader) oltre ad una schiera di celebri cattivi: Ivan il Terribile (Guest), Al Capone (Bernthal) e Napoleone Bonaparte (Chabat) guidati dal faraone Kah Mun Rah (Azaria). La storia non presenta niente di nuovo e a farla da padrone sono le scene d'azione velate da una comicità che fatica a decollare. Ben Stiller non sembra a suo agio con il personaggio come era stato nel capitolo precedente, non riuscendo quasi mai ad esprimere spunti umoristici degni di menzione. Tutta la macchina narrativa sembra semplicemente un pretesto per inserire continuamente nuovi personaggi e Stiller viene utilizzato come semplice spalla. Anche gli altri personaggi sembrano meno convincenti, a cominciare dallo stesso Wilson che non riesce a regalare sorrisi. Il tandem degli antagonisti risulta decisamente forzato e poco credibile. Gli spunti più interessanti vengono dalle citazioni cinematografiche contenute all'interno del film, come la battaglia finale di 300, gli amorini che cantano la famosa My Heart Will Go On dalla colonna sonora di Titanic o la frase dal monologo finale di Blade Runner "ho visto cose che non puoi neanche immaginare", che strizzano l'occhio a tutti i cinefili seduti sulla poltrona. Nel doppiaggio italiano vengono inserite alcuni dialoghi che non hanno riscontro nella versione originale, come il riferimento di Napoleone alla sua parentela con Silvio Berlusconi o il celebrare Maradona del guardiano napoletano. I tre amorini sono interpretati dai Jonas Brothers, band di adolescenti americani, molto famosa tra i ragazzini negli States.
Complessivamente si può valutare la pellicola come un semplice tentativo fallimentare di emulare il successo precedente, evento che troppo spesso sta capitando nel panorama cinematografico contemporaneo. Anche in questo caso la manovra non porta qualitativamente i risultati che si spererebbe di vedere, ma finisce per cadere in cliché che alla seconda manche risultano già logorati da una mancanza di idee.

VOTO: 1,5/5

Lady Vendetta

Titolo originale: 친절한 금자씨 - Chinjeolhan geumjassi
Regia: Park Chan-wook
Sceneggiatura: Jeong Seo-Gyeong, Park Chan-wook
Nazionalità: Corea del Sud
Anno: 2005
Durata: 112'
Interpreti principali: Lee Yeong-ae, Choi Min-sik, Lee Seung-Shin, Go Su-hee, Kim Byeong-ok, Kim Bu-seon, Nam Il-woo, Kim Shi-hoo

TRAMA: Lee Geum-ja (Yeong-ae) uscita di prigione dopo tredici anni di reclusione per l'omicidio di un bambino, cercherà vendetta su chi l'ha costretta ha prendersi la colpa per ciò che non ha commesso. I risvolti saranno più amari del previsto.

CONSIDERAZIONI: La pellicola è il terzo e ultimo capitolo della trilogia che il regista coreano dedica al tema della vendetta, dopo Mister Vendetta (2002) e Old Boy (2003). Il film si presenta come un complesso mosaico al quale si aggiungono alla narrazione principale innumerevoli flashback e collegamenti laterali a personaggi secondari, che ci accompagnano per mano dentro un affresco di sofferenza e violenza. Park Chan-wok ha sempre la capacità di investire i propri protagonisti di un'ambiguità difficile da scindere: pur cercando vendetta Geum-ja per una punizione ingiustamente scontata (almeno nella sua totalità), fino a che punto è giustificata per aver salvato la propria figlia a discapito di quella di altri numerosi bambini uccisi dal pervertito professor Baek? E' sufficiente la ricerca di redenzione nel terribile carcere femminile dove una prigioniera despota tiene psicologicamente (e fisicamente) in pugno le proprie compagne? O la penitenza davanti ai genitori del bambino pronta a privarsi di tutte le dita della mano? Uno degli aspetti interessanti del film, a mio avviso, è che ognuno è libero di dare il peso alla risposta a seconda di ciò che sente giusto. Davanti ad un personaggio palesemente negativo come il pedo-killer Mr.Baek, vengono a contrapporsi altri personaggi ai quali non è possibile dare una delineata connotazione morale. Ai parenti dei bambini a cui viene data la possibilità di vendicarsi (davanti ad un rifiuto d'esecuzione per mano della protagonista che forse non si sente così pienamente giustificata per compiere lei stessa il gesto) uccidendo il carnefice dei propri figli, non solo accettano di diventare (credo umanamente) a loro volta carnefici, ma fin da subito inizia ad aleggiare l'interesse e la volontà di recuperare i soldi del riscatto pagati in precedenza, portando così la reazione dal piano emotivo a quello materiale. Lo stesso ispettore Choi, spinto da una personale interpretazione della giustizia e dal senso di colpa per non aver portato le indagini sulla giusta strada, diventa complice del linciaggio, quasi a voler seppellire con il cadavere il suo fallimento. Toccante la storia legata alla figlia di Geum-ja, data in adozione dopo la reclusione della madre. Ancora una volta il cinema asiatico dimostra di trattare temi difficili senza tabù rappresentativi, inserendo scene e situazioni che la produzione occidentale avrebbe di certo smorzato nei toni. La trasposizione di Chan-wok della poesia in immagini viene supportata da un'impeccabile realizzazione tecnica: l'originalità del montaggio (Kim Jae-Beom, Kimm Sang Beom) e la splendida fotografia (Chung Chung-Hoon) trasformano in gioiello una sceneggiatura praticamente perfetta. La musica non potrebbe essere più suggestiva e ricercata. Vincitore nel 2005 del Leoncino D'Oro alla 62a Mostra Internazionale d'arte cinematografica di Venezia e premio al Miglior regista al Bangkok Festival del 2006.

VOTO: 4/5

lunedì 7 febbraio 2011

Il Corvo

Titolo originale: The Crow
Regia: Alex Proyas
Sceneggiatura: David J. Schow, John Shirley
Nazionalità: USA
Anno: 1994
Durata: 102'
Interpreti principali: Brandon Lee, Ernie Hudson, Michael Wincott, Rachel Davis

TRAMA: Il musicista Eric Draven (Lee) e la promessa sposa Shelly (Shinas) vengono assassinati per futili motivi dalla banda del malvagio Top Dollar (Wincott) che gestisce il crimine a Los Angeles. Ma ad un anno dalla morte Draven tornerà dal mondo dei morti per avere la sua vendetta.

CONSIDERAZONI: Il film tratto dalla celebre serie a fumetti di James O'Barr entrerà tristemente nella storia come l'ultima pellicola di Brandon Lee. L'attore durante una scena della sessione finale delle riprese, perderà la vita a causa di una pistola di scena difettosa (almeno questa è la versione ufficiale). Ma nonostante questo sia uno dei motivi che ha aumentato a dismisura la notorietà della pellicola, Il Corvo resta a mio avviso uno dei film più importanti degli ultimi quindic'anni. Basato sul tema sempre fresco della vendetta, la pellicola darà il via a quello che è un vero e proprio stile cinematografico, in cui le atmosfere pesantemente dark connoteranno un buon numero di produzioni tra la fine degli anni '90 e il primo decennio del nuovo millennio. Una Los Angeles oscura e malata (un film girato praticamente soltanto di notte), emblema di una nuova goticità metropolitana, ostentata da luoghi simbolo del genere, tra cimiteri in rovina e svettanti cattedrali, fa da cornice ad una storia di amore, vendetta e morte che non risulta mai banale nel contesto, pur presentando tutti gli elementi consoni ad una narrazione di genere. Il cattivo (interpretato da un perfetto Wincott) è quanto di più malvagio si possa immaginare, supportato da loschi individui senza scrupoli; il protagonista - eroe romantico al quale è stato profanato e distrutto l'amore, diventa giustiziere in un mondo incapace di badare a sé stesso. Soltanto al corvo guida viene conferita la possibilità d'essere tallone d'Achille di un vendicatore con più anima che vita. Le musiche sono sempre azzeccate, tra cui spicca la bellissima Burn del gruppo dark per eccellenza, The Cure. Alla pellicola si devono aggiungere anche i bellissimi spunti poetici dei dialoghi, perfettamente coerenti con la provenienza fumettistica del soggetto. Nel finale dopo la vendetta emergerà una la speranza per un mondo che deve ancora vedere i suoi giorni migliori dopo le tenebre, perché come ricorda Eric a Sarah, citando il testo di una sua canzone "Non può piovere per sempre".

VOTO: 4,5/5

On the Road...

Ladies and Gentleman, dopo più di due anni di silenzio ho deciso di tornare a dare opinioni sui film, cosa che continua ad interessarmi molto e ha continuato a farlo anche in questo periodo di assenza. Motivi vari mi avevano spinto a troncare, ma dopotutto perché non poter tornare sulle proprie opinioni? Quindi eccomi qui... Vi auguro di farmi compagnia in questa avventura che riprende e di vedervi numerosi a dare opinioni riguardo al commentato. La critica non è di certo una strada a senso unico e credo sia fondamentale per chi ama l'arte in generale avere la possibilità di confrontarsi.
Non vi annoio ulteriormente e vi rimando alle pagine.
Buona lettura.